Rachilde, la Marchesa e il piacere di essere scandalosi

Please follow and like us:
Pin Share

di Luca Cirillo

Ci sono libri che, più che invecchiare, sembrano aspettare il proprio momento. È il caso di La Marquise de Sade di Rachilde, romanzo pubblicato nel 1887 e oggi riproposto in Italia da Cluster-A nella collana Satori, nella traduzione di Giacomo Melloni. Un libro che arriva da molto lontano e che tuttavia ha qualcosa di sorprendentemente contemporaneo: non tanto perché anticipi questo o quel tema della nostra epoca, quanto perché mette in discussione, con una libertà quasi insolente, alcune delle categorie attraverso cui siamo abituati a pensare il desiderio, il potere, la sessualità e soprattutto il ruolo della donna.

Rachilde, pseudonimo di Marguerite Eymery, fu una delle figure più singolari del decadentismo francese. Scrittrice, intellettuale, animatrice di un importante salotto letterario parigino, frequentatrice di Jarry, Huysmans, Verlaine e di molti protagonisti della cultura fin de siècle, costruì intorno a sé un personaggio altrettanto audace dei suoi libri. Portava i capelli corti, vestiva in modo anticonvenzionale e si presentava come «Rachilde, homme de lettres»: una scelta che non era soltanto teatrale, ma parte di una più ampia riflessione sull’identità e sulla possibilità di sottrarsi alle aspettative sociali. Cluster-A sottolinea giustamente come nelle sue opere siano centrali l’identità sessuale e l’omosessualità e come il suo stile alterni momenti poetici a scene crude e perturbanti.

La Marquise de Sade è, in questo senso, un libro perfettamente rachildiano. Al centro c’è Mary, seguita fin dall’infanzia nel progressivo processo di trasformazione che la porterà a diventare una donna capace di esercitare sugli uomini un potere assoluto. La definizione di “romanzo di formazione” è corretta, ma rischia quasi di essere rassicurante: quella di Mary non è una formazione alla vita, bensì una formazione alla disobbedienza, al desiderio e al dominio. È la costruzione di un’identità che si sviluppa imparando a conoscere le regole del mondo per poterle poi utilizzare contro chi le ha imposte.

Mary scopre molto presto che la bellezza non è semplicemente una qualità, ma uno strumento. Capisce che gli uomini desiderano, che il desiderio li rende vulnerabili e che chi riesce a governarlo può a sua volta governare le persone. Da questa consapevolezza nasce la sua progressiva metamorfosi. Seduce, provoca, manipola, promette e si sottrae. Non cerca necessariamente l’amore: cerca il controllo sull’amore altrui. Ed è proprio questo a rendere il personaggio inquietante.

La Marchesa di Rachilde non è infatti una semplice femme fatale. È una donna che occupa deliberatamente il posto che la società ha tradizionalmente riservato all’uomo: quello di chi desidera senza chiedere il permesso, di chi prende l’iniziativa, di chi stabilisce le condizioni del rapporto e, soprattutto, di chi può considerare l’altro come oggetto del proprio piacere. Il rovesciamento è radicale. La seduttrice non è più soltanto una figura attraverso cui un autore maschile rappresenta la paura della sessualità femminile: qui è lei stessa a prendere possesso della narrazione e a trasformare gli uomini in prede.

È probabilmente questo il motivo per cui il libro continua a essere disturbante. Il suo scandalo non consiste soltanto nelle situazioni erotiche o nella sensualità esplicita, ma nell’idea che una donna possa desiderare il potere del desiderio senza essere punita immediatamente per averlo fatto. Mary non è costruita per essere un modello positivo, e sarebbe riduttivo leggerla attraverso le categorie contemporanee dell’emancipazione. È crudele, capricciosa, spesso spietata. Ma proprio questa ambiguità costituisce la sua forza letteraria. Rachilde non crea una “donna libera” secondo un’immagine edificante: crea una donna libera anche di essere cattiva, egoista, perversa, contraddittoria.

È un passaggio fondamentale. Perché il personaggio non chiede di essere assolto. E Rachilde non sembra interessata ad assolverlo. La Marchesa attraversa il romanzo come una forza destabilizzante, mettendo a nudo la fragilità degli uomini che incontra e, contemporaneamente, l’ipocrisia della società che la circonda. Il mondo di La Marquise de Sade è quello della Parigi decadente, una società apparentemente governata dalla morale e in realtà attraversata da desideri, pulsioni e compromessi. Il vizio non è l’eccezione: è ciò che si nasconde dietro la rispettabilità.

Da questo punto di vista, il titolo stesso è una provocazione. Il richiamo al marchese de Sade non significa semplicemente evocare il libertinismo o la crudeltà, ma trasferire su un personaggio femminile un immaginario che la cultura occidentale ha tradizionalmente associato a un uomo. Rachilde sembra chiedere: che cosa succederebbe se la posizione del libertino, del predatore, del manipolatore fosse occupata da una donna? La risposta non è consolatoria. È una sorta di esperimento letterario portato avanti fino alle sue conseguenze più estreme.

E qui emerge uno degli aspetti più moderni del romanzo: l’identità non appare come qualcosa di fisso, naturale e indiscutibile, ma come qualcosa che può essere costruito, recitato, deformato. Il corpo, l’abbigliamento, il comportamento, la seduzione, il rapporto con gli altri diventano strumenti attraverso cui l’individuo inventa se stesso. È difficile non vedere, a distanza di oltre un secolo, quanto questa intuizione possa dialogare con le discussioni contemporanee sull’identità e sulla fluidità dei ruoli di genere. Non significa trasformare Rachilde in una scrittrice del XXI secolo, operazione sempre rischiosa; significa piuttosto riconoscere che alcune domande che oggi consideriamo urgentissime erano già presenti, in forme radicali e spesso scandalose, nella letteratura di fine Ottocento.

Anche lo stile contribuisce a questa sensazione di modernità. Rachilde non procede secondo una rappresentazione pacificata dei personaggi e delle loro passioni: il suo linguaggio può diventare elegante e quasi lirico per poi precipitare improvvisamente nel perturbante. Il bello e il repellente, il raffinato e il brutale, il desiderio e la crudeltà convivono senza che uno cancelli l’altro. È precisamente la poetica decadente, ma è anche qualcosa di più: la convinzione che la letteratura debba spingersi là dove la morale preferirebbe non guardare.

La nuova edizione Cluster-A ha il merito, dunque, di non proporre soltanto una curiosità bibliografica. La Marquise de Sade era rimasta inedita in Italia e questa pubblicazione restituisce al lettore una voce importante e singolare del decadentismo francese. Il volume è arricchito da una scelta delle incisioni che il marchese de Sade commissionò per le proprie Opere complete: un apparato iconografico che non è estraneo alla natura del libro, ma contribuisce a creare un oggetto editoriale in cui testo e immagini dialogano.

Ed è proprio qui che vale la pena soffermarsi su Cluster-A. In un panorama editoriale spesso dominato dalla prudenza, dalle ricorrenze facilmente spendibili e dalla necessità di intercettare il lettore già conquistato da un nome, la scelta di una casa editrice giovane di investire su Rachilde è significativa. Cluster-A dichiara esplicitamente di voler recuperare testi fondanti, inediti in Italia o scomparsi dai cataloghi, affiancandoli a nuove proposte narrative e saggistiche e a libri dedicati alle arti visive, al design, alla fotografia e alle edizioni speciali.

È un catalogo che sembra muoversi, quindi, secondo una logica diversa da quella dell’allineamento: non pubblicare necessariamente ciò che è già al centro dell’attenzione, ma andare a cercare ciò che merita di tornarci. È una differenza sostanziale. E La Marquise de Sade sembra quasi un manifesto ideale di questa impostazione: un’autrice importante ma relativamente poco conosciuta in Italia, un romanzo scandaloso e raffinato, una storia che arriva dal XIX secolo ma che continua a interrogare il presente, e infine un’edizione curata anche dal punto di vista grafico e materiale.

L’originalità di Cluster-A sta del resto proprio nella volontà di considerare il libro non soltanto come contenitore di un testo, ma come oggetto culturale complesso. La casa editrice dichiara di voler far convivere rigore tipografico e ardire grafico, tradizione e innovazione, con particolare attenzione alla qualità della realizzazione. È una filosofia che si accorda bene con Rachilde: anche qui tradizione e provocazione convivono, così come il gusto per il passato e una sorprendente capacità di parlare al presente.

Alla fine, la cosa più interessante di La Marquise de Sade è forse proprio la sua impossibilità di essere addomesticata. Non è un romanzo che invita a scegliere facilmente tra vittime e carnefici, libertà e perversione, emancipazione e crudeltà. Mary è insieme vittima e predatrice, prodotto di un ambiente e sua sovvertitrice, creatura del desiderio e padrona del desiderio altrui. Rachilde non costruisce una morale alternativa: costruisce una zona di ambiguità e ci costringe a restarci.

È questa la ragione per cui la riscoperta del libro appare oggi particolarmente felice. In un’epoca che discute continuamente di identità, potere, rappresentazione e libertà del corpo, Rachilde ci ricorda che la letteratura può affrontare questi temi senza trasformarli in tesi. Può farlo attraverso una creatura eccessiva, sgradevole, affascinante e spesso mostruosa. Può farci provare repulsione e curiosità nello stesso momento.

E forse è proprio questo che dovrebbe fare un buon libro: non confermare ciò che già pensiamo, ma mettere in crisi le nostre certezze. La Marquise de Sade, dopo quasi un secolo e mezzo, conserva ancora questa capacità. E che a riportarla oggi in libreria sia una casa editrice come Cluster-A — originale, poco incline alle scelte prevedibili ed evidentemente interessata a ciò che nei libri può ancora sorprendere — appare, più che una coincidenza, una scelta perfettamente coerente.

Please follow and like us:
Pin Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *