Gianfranco Manfredi, l’arte di non fermarsi mai

Please follow and like us:
Pin Share

di Luca Cirillo

Ci sono artisti che costruiscono la propria identità intorno a un linguaggio e altri che, al contrario, sembrano avere come unica vera vocazione quella di attraversarli tutti. Gianfranco Manfredi apparteneva senza dubbio alla seconda categoria. Cantautore, scrittore, saggista, sceneggiatore cinematografico e televisivo, autore di fumetti, attore, studioso di musica e di cultura popolare: elencare le sue attività significa quasi inevitabilmente ridurlo, perché dietro ciascuna di queste definizioni c’è un mondo intero di opere, interessi, collaborazioni e percorsi. Roberto Manfredi, nel volume Gianfranco Manfredi. La musica, la scrittura, pubblicato da Cluster-A, prova a restituire proprio questa irriducibile molteplicità. E ci riesce costruendo non tanto il monumento a un artista scomparso, quanto il ritratto di una persona che sembrava avere una difficoltà quasi fisiologica a stare ferma dentro una sola forma.

Il libro arriva dopo la scomparsa di Gianfranco Manfredi, avvenuta il 24 gennaio 2025, e nasce dalla penna del fratello Roberto, che con lui ha condiviso non soltanto il legame familiare ma anche una parte importante del percorso professionale e creativo. È un elemento decisivo, perché La musica, la scrittura non è la biografia distaccata di uno storico o di un critico: è un racconto dall’interno, fatto di memoria personale, documenti, fotografie, lettere, articoli e materiali che permettono di ricostruire un artista e, attraverso di lui, un pezzo consistente della cultura italiana dagli anni Settanta in poi.

La cosa che emerge con maggiore evidenza è che Manfredi non sembra mai aver considerato la carriera artistica come una successione ordinata di fasi. Non c’è prima il cantautore, poi lo scrittore, poi lo sceneggiatore e infine il fumettista. Le attività si accavallano, si contaminano, si inseguono. Un’idea nata per una canzone può diventare un racconto, un racconto può trasformarsi in un romanzo, un soggetto cinematografico o una storia a fumetti. La scrittura, insomma, non è per lui un mestiere confinato a un particolare formato: è uno strumento per esplorare il mondo. E proprio la musica è un punto di partenza fondamentale per capire questo percorso.

Manfredi arriva alla canzone negli anni Settanta, con album come La crisi, Ma non è una malattia, Zombie di tutto il mondo unitevi e Biberon. È una stagione in cui la musica può essere insieme forma artistica, strumento politico, satira, osservazione della società e laboratorio linguistico. La collaborazione con Ricky Gianco e quella con la PFM testimoniano quanto fosse immerso in un ambiente creativo nel quale i confini fra canzone d’autore, rock, teatro e cultura militante erano molto più permeabili di quanto oggi si potrebbe immaginare.

Ma è interessante osservare che proprio quando la sua carriera musicale potrebbe sembrare ormai definita, Manfredi comincia a spostarsi altrove.

Nel 1981 pubblica l’album semplicemente intitolato Gianfranco Manfredi. È un disco diverso, più riflessivo rispetto alla rabbia e alla dimensione più scopertamente politica dei lavori precedenti. E al suo interno ci sono tre titoli che, riletti oggi, sembrano quasi una piccola dichiarazione di intenti: Case, Insonnia ed È cinema.

È soprattutto È cinema a colpire per quello che suggerisce retrospettivamente. Come se Manfredi stesse già guardando oltre la canzone, verso un universo fatto di immagini, personaggi, scene, narrazione. Non significa che la musica scompaia — continuerà a scrivere canzoni e a lavorare musicalmente ancora a lungo — ma il suo percorso sembra progressivamente allargarsi. La canzone non è più un punto d’arrivo: è uno dei tanti strumenti attraverso cui raccontare.

Ed è significativo che proprio alla fine degli anni Settanta inizi anche il suo rapporto con il cinema.

Nel 1979 Manfredi è coautore e autore delle musiche di Liquirizia di Salvatore Samperi, e negli anni immediatamente successivi lavora alla sceneggiatura di Un amore in prima classe, ancora di Samperi, e di Quando la coppia scoppia di Steno, oltre che di Miracoloni e Il paramedico.

Ma Manfredi non si limita a scrivere per il cinema: ci entra anche fisicamente, davanti alla macchina da presa. È attore in Liquirizia, Un amore in prima classe, Fotografando Patrizia, Le volpi della notte, Kamikaze, Via Montenapoleone e Le vie del Signore sono finite di Massimo Troisi, oltre che in altre produzioni successive come Nel giardino delle rose, In camera mia e Abbronzatissimi 2.

È un altro tassello che rende difficile qualsiasi definizione univoca. Manfredi può scrivere una storia, interpretarla, comporre le musiche che la accompagnano e poi passare, senza soluzione di continuità, a un romanzo o a un saggio.

E poi arriva Valentina.

La serie televisiva del 1989, ispirata all’omonimo personaggio creato da Guido Crepax, è uno degli esempi più curiosi della capacità di Manfredi di attraversare linguaggi differenti. Fu lui a firmare la storia e la sceneggiatura di dodici dei tredici episodi, trasformando per la televisione l’universo di una delle icone più celebri del fumetto italiano.

È quasi un passaggio emblematico: un cantautore e scrittore che si confronta con il fumetto attraverso la televisione, traducendo un personaggio nato sulla pagina in un nuovo linguaggio fatto di immagini, attori e sceneggiature. E persino qui il suo mondo musicale finisce per riaffiorare: tra gli interpreti della serie c’era infatti Ricky Gianco, storico amico e collaboratore di Manfredi, presente in due episodi.

Non è un caso, allora, che il fumetto sia diventato in seguito uno dei territori più importanti della sua creatività.

A partire da Gordon Link, per arrivare alla lunga e fortunatissima esperienza con Sergio Bonelli Editore, il fumetto diventa per lui un altro laboratorio narrativo. Nasce Magico Vento, western dalle forti componenti horror e fantastiche, e poi arrivano Volto Nascosto, Shanghai Devil, Adam Wild e Cani sciolti, oltre alle storie per personaggi storici come Tex, Dylan Dog e Nick Raider.

Qui la sua natura di narratore appare in tutta evidenza. Il fumetto non è una deviazione dalla “vera” letteratura, ma semplicemente un altro modo di raccontare. E Manfredi sembra non avere alcun bisogno di stabilire quale sia il linguaggio più nobile. Può passare dal romanzo al fumetto, dal cinema alla televisione, dalla canzone alla saggistica, mantenendo sempre al centro la stessa cosa: il piacere di raccontare.

Questa è probabilmente la parola chiave per comprendere Gianfranco Manfredi: curiosità. Non l’eclettismo fine a se stesso, non la voglia di collezionare professioni, ma una curiosità intellettuale talmente forte da rendere insufficiente qualsiasi singolo linguaggio.

Manfredi studiava, leggeva, ascoltava, osservava. Si interessava alla musica ma anche alla filosofia, alla letteratura, al cinema, alla cultura popolare, alla storia, al fantastico. Ha scritto saggi sulla musica italiana e monografie dedicate a grandi protagonisti della canzone, ma anche romanzi e racconti nei quali ha attraversato noir, horror, fantastico e avventura. È questa continua tensione verso territori diversi a spiegare, forse, la straordinaria varietà della sua produzione.

E c’è un aspetto ancora più interessante: Manfredi non sembra avere mai avuto particolare interesse per le etichette.

Oggi siamo abituati a classificare tutto. Cantautore. Scrittore. Sceneggiatore. Fumettista. Attore. Intellettuale. Ogni definizione serve a rendere immediatamente riconoscibile una persona, ma nel suo caso rischia di essere soprattutto una limitazione. Perché quale di queste parole riesce davvero a contenere Gianfranco Manfredi? La risposta più semplice sarebbe “scrittore”. Ma forse è anche quella meno precisa.

Manfredi era uno scrittore in senso molto più ampio: uno che scriveva ovunque ci fosse una storia da raccontare. Una canzone, una sceneggiatura, un romanzo, una tavola a fumetti, un saggio potevano essere forme diverse della stessa esigenza.

E forse proprio per questo l’album del 1981 acquista, visto oggi, un significato particolare. È cinema, Case, Insonnia: sono canzoni, certo, ma sembrano anche finestre aperte verso un immaginario più ampio. Il Manfredi cantautore non viene cancellato; si trasforma. La musica diventa una delle porte attraverso cui entrare in un universo narrativo sempre più vasto.

Anche il cinema, del resto, sarà per lui contemporaneamente lavoro di scrittura e di interpretazione. È significativo che abbia recitato in film molto diversi tra loro: dal cinema di Samperi a quello di Carlo Vanzina, fino a Massimo Troisi. In Via Montenapoleone e ne Le vie del Signore sono finite si ritrova, ancora una volta, davanti alla macchina da presa; ma dietro quella presenza c’è l’autore che continua a lavorare sulla costruzione dei personaggi e delle situazioni.

E questo passaggio fra il dietro e il davanti della macchina da presa dice molto del suo modo di concepire l’arte. Manfredi non sembra voler scegliere tra chi racconta e chi viene raccontato, tra chi scrive e chi interpreta. Vuole sperimentare entrambe le posizioni.

È probabilmente questa la caratteristica che rende Gianfranco Manfredi. La musica, la scrittura particolarmente prezioso. Roberto Manfredi non racconta semplicemente tutto quello che il fratello ha fatto: racconta, attraverso quelle esperienze, un modo di stare nel mondo. Un modo curioso, inquieto, sempre in movimento.

E c’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questa insofferenza per le categorie. In un’epoca in cui la specializzazione viene spesso considerata un valore assoluto e in cui persino gli artisti sono spinti a costruirsi un’identità facilmente riconoscibile, Manfredi rappresenta quasi l’opposto. Non sembra chiedersi quale sia il suo “brand” o quale linguaggio gli appartenga davvero. Sembra chiedersi piuttosto che cosa abbia voglia di fare.

È un atteggiamento rischioso, naturalmente. Seguire continuamente la curiosità significa anche esporsi al fallimento, all’incomprensione, al rischio di essere considerati troppo diversi per un pubblico abituato alle categorie. Ma è proprio questo rischio a rendere interessante il suo percorso. In questo senso, la biografia scritta da Roberto Manfredi è anche una piccola lezione sulla libertà creativa. Non necessariamente la libertà romantica dell’artista che fa ciò che vuole, ma quella più concreta di chi non accetta di smettere di imparare.

Ecco perché “eclettico” è una definizione corretta, ma insufficiente. Gianfranco Manfredi non era semplicemente un artista capace di fare molte cose. Era un artista che sembrava considerare ogni nuova forma un’occasione per scoprire qualcosa.

La musica lo conduce alla scrittura. La scrittura lo conduce al cinema. Il cinema lo porta alla sceneggiatura e alla recitazione. La sceneggiatura lo conduce alla televisione e al fumetto. Il fumetto apre nuovi mondi narrativi. La ricerca alimenta i romanzi, i saggi, le sceneggiature. E tutto torna continuamente ad alimentare tutto il resto.

Non c’è una linea retta. C’è una rete. Ed è forse proprio questa rete che Roberto Manfredi riesce a restituire nel suo libro: non la carriera di un uomo divisa in capitoli separati, ma un sistema di vasi comunicanti.

Anche per questo la scelta di Cluster-A appare particolarmente felice. La musica, la scrittura appartiene a quel tipo di catalogo che sembra avere una particolare predilezione per le figure difficili da incasellare, per i percorsi laterali, per gli artisti e gli intellettuali che non si lasciano facilmente ricondurre a una formula. È una coerenza editoriale che avevamo già incontrato nella riscoperta di Rachilde: libri e autori capaci di mettere in discussione le categorie rassicuranti con cui organizziamo la cultura. In questo caso, la scommessa è raccontare un artista che, per sua stessa natura, sfugge alle definizioni. E il titolo La musica, la scrittura è significativo proprio perché sembra indicare due poli, lasciando fuori tutto ciò che sta in mezzo: il cinema, il teatro, la televisione, il fumetto, la saggistica, la narrativa, la ricerca, la politica, la cultura popolare e una quantità enorme di altre esperienze.

Ma forse è proprio questo il senso del libro.

La musica e la scrittura non sono due compartimenti: sono due estremi di un territorio molto più vasto.

Alla fine della lettura rimane soprattutto l’impressione di una vita vissuta senza recinti. Gianfranco Manfredi non sembra aver seguito un percorso lineare: sembra aver seguito le proprie curiosità. E questa è forse la forma più autentica di libertà artistica.

In un’epoca che tende a trasformare ogni artista in un’etichetta, Manfredi ci ricorda quanto possano essere limitanti le definizioni. Un artista non è necessariamente ciò che fa più spesso, né ciò per cui viene ricordato da una generazione. Può essere la somma imprevedibile di tutte le cose che ha avuto il coraggio di provare.

Gianfranco Manfredi. La musica, la scrittura è dunque molto più di una biografia postuma. È il tentativo, riuscito, di inseguire una personalità che ha fatto della curiosità e della contaminazione una forma di libertà. Roberto Manfredi non cerca di chiudere il fratello dentro una definizione definitiva: al contrario, ne conserva l’irrequietezza, la molteplicità, il desiderio di andare sempre un po’ più in là.

E forse è questo il modo migliore per ricordare Gianfranco Manfredi: non come l’uomo che ha fatto molte cose, ma come l’artista che non ha mai accettato l’idea che ce ne fosse una sola da fare.

A margine della recensione, ho avuto l’opportunità di parlare direttamente con Roberto Manfredi e di chiedergli di raccontare, a ruota libera, da dove fosse nata l’idea di scrivere un libro sul fratello, cosa avesse significato per lui affrontare quel lavoro a un anno dalla sua scomparsa e quale Gianfranco sentisse il bisogno di consegnare oggi alla memoria di chi lo ha conosciuto e di chi invece lo ha soltanto ascoltato, letto, seguito. Ne è venuta fuori una lunga e appassionata conversazione. A Roberto lascio dunque la parola.

«All’inizio è stata una forma terapeutica. Dovevo passare dal dolore al ricordo affettuoso. Dopo la morte di Gianfranco cominciarono a invitarmi alle iniziative in suo ricordo, ma non ero emotivamente pronto. E poi succede una cosa strana: appena muori, tutti si accorgono di te.

Alle prime serate tributo mi sembrava quasi di essere davanti a un raduno di alpini hippie: un’adunata di persone nostalgiche che, di cinquant’anni di carriera di Gianfranco, ricordavano soprattutto le canzoni più di impatto politico. E pochissimo altro.

Ma Gianfranco ha fatto davvero di tutto. Era una personalità curiosa, eclettica, incapace di fermarsi a un solo ambito. Penso anche al suo lavoro sul 1977. Non voleva scrivere l’ennesimo saggio politico e cupo su un periodo così duro: voleva raccontare anche quello che stava emergendo nella cultura di massa, i fenomeni che in quegli anni cominciavano a imporsi con una forza enorme. E così, accanto alla politica e alle tensioni di quel periodo, parlava di Guerre Stellari, del punk, della discomusic.

Era un intellettuale pop, nel senso più bello del termine: non uno chiuso nel suo salottino elitario, ma un intellettuale libero, popolare e colto insieme. Poteva prendere l’horror e la politica e farli convivere, mettendo insieme livelli diversi di lettura. Già in Zombie di tutto il mondo unitevi, negli anni Settanta, aveva raccontato attraverso gli zombie qualcosa che riguardava la politica e la società. E poi questa vicinanza tra l’immaginario horror e quello sociale tornava anche in Magia rossa, con gli operai che diventano zombie.

Era proprio questo il suo modo di lavorare: prendere mondi apparentemente lontanissimi e farli incontrare, con ironia. E attraverso questi cortocircuiti riusciva anche a raccontare un’epoca.

Anche quando lavorò per la televisione si portò dietro questo modo di intendere le storie. Fu coinvolto come sceneggiatore nella serie Valentina, tratta dai fumetti di Guido Crepax. Proprio perché Gianfranco era ormai una garanzia nel mondo del fumetto, Crepax lo aveva contattato chiedendogli di conservare nella serie quell’atmosfera onirica, sospesa, irreale che caratterizzava il suo personaggio. Non bisognava chiudere le puntate in modo tradizionale: dovevano rimanere un mistero, qualcosa di non completamente spiegabile.

Gianfranco seguì volentieri quelle indicazioni. Il problema è che, trasmessa in un orario televisivo tradizionale e per di più interrotta dalla pubblicità, la serie apparve inizialmente di difficile digestione per un pubblico abituato a quiz e serie televisive di più facile comprensione. Poi, con il cambio di orario e soprattutto con le numerose repliche negli anni, Valentina è diventata una serie di culto, conquistando apprezzamenti che forse all’inizio non aveva ricevuto.

E anche lì c’era un pezzo della sua storia personale: nella serie compariva Ricky Gianco, che era un suo fraterno amico e con il quale Gianfranco aveva scritto e cantato numerosi successi.

Ma c’è un altro aspetto che oggi mi colpisce ancora di più. Gianfranco vedeva lungo. Già a partire da canzoni come Case aveva intuito e raccontato situazioni sociali che sarebbero diventate attuali molti anni dopo. Aveva la capacità di subodorare certi fenomeni prima che diventassero evidenti, di intercettare qualcosa che ancora non era completamente visibile.

Per questo le sue canzoni, a differenza di tante instant songs legate strettamente al momento storico in cui erano nate, sono invecchiate bene. Le riascolti oggi e ti accorgi che non parlano soltanto di allora: dentro ci sono situazioni, problemi e intuizioni che continuano a parlarci.

È anche per questo che sentivo il bisogno di raccontarlo. Perché dopo cinquant’anni non vorrei che Gianfranco fosse ricordato soltanto per alcune canzoni, per quanto importanti. C’era molto, molto di più.»

A questo punto gli ho raccontato che il libro entrerà anche nelle attività didattiche che porto avanti con i miei studenti di musica, recitazione e letteratura. Gli ho chiesto, quindi, cosa avrebbe pensato Gianfranco.

«Ti ringrazio e mi sento onorato di questa iniziativa. Gianfranco sarebbe stato molto contento. Amava i giovani e, soprattutto attraverso il suo lavoro nel mondo dei fumetti e l’esperienza di Valentina, aveva scoperto anche in età più avanzata quanto interesse potesse suscitare il suo lavoro tra i giovanissimi. Era una cosa che lo gratificava molto.»

Forse, allora, è proprio questa l’eredità più bella che un artista così poliedrico possa lasciare: non essere consegnato soltanto alla memoria, ma continuare a diventare una scoperta per chi arriva dopo.

Please follow and like us:
Pin Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *