“Parlami d’amore”, Sophie Marceau debutta alla regia

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L’attesissimo esordio dietro la macchina da presa di Sophie Marceau. La protagonista de “Il tempo delle mele” racconta una coppia in crisi in un film intimo e doloroso: «È molto autobiografico, ma il suo linguaggio è universale».

Parlami d’amore (Parlez-moi d’amour) segna il debutto di Sophie Marceau alla regia di un lungometraggio.

L’attrice francese, che ricordiamo splendida interprete di Anna Karenina di Bernard Rose e che ha conquistato la popolarità internazionale giovanissima con Il tempo delle mele di Claude Pinoteau, compie così un passo importante nella sua carriera.

In realtà, per i cinefili più attenti, non si tratta di un esordio assoluto dietro la macchina da presa: nel 1995 Sophie aveva già diretto il cortometraggio L’Aube à l’envers. Ma è la stessa Marceau a considerare Parlami d’amore la sua vera opera prima.

Il film, nelle sale italiane dal 16 aprile 2003, racconta la storia di un matrimonio arrivato al capolinea.

Una coppia che non riesce più a ritrovarsi

Justine, ottimamente interpretata da Judith Godrèche, e Richard, al quale presta il volto un bravissimo Niels Arestrup, sono due coniugi che continuano stancamente a trascinare un ménage ormai deteriorato.

Fino a quando Justine decide di dire basta a quel vagare senza meta nel progressivo disfacimento del loro rapporto e sceglie la separazione, cercando di ritrovare se stessa e le proprie ragioni di vita.

Ne nasce una sorta di diario dalle atmosfere quasi impalpabili, nel quale frammenti di ricordi felici affiorano appena per poi scomparire nuovamente nel mare delle incomprensioni.

Un ritratto dolente di anime perdute, colte nell’incapacità di ritrovarsi.

Justine sembra poter ricominciare proprio attraverso la separazione ma, per dirla con Jean-Paul Sartre ne Il muro, pare essere «una nuvola capricciosa e fugace», sempre uguale e sempre diversa.

E la pellicola di Sophie Marceau possiede proprio questa caratteristica: è reale e nello stesso tempo evanescente, priva di grandi colpi di scena e di soluzioni definitive. Esattamente come spesso accade nella vita.

Sophie Marceau: «Il mio film non vuole essere diverso dalla vita»

Sophie Marceau, che abbiamo incontrato durante la conferenza stampa di presentazione del film, è perfettamente consapevole di questa scelta narrativa e la difende con convinzione:

«Il mio film non vuole essere diverso dalla vita, proprio perché la racconta».

Una frase che contiene forse l’essenza stessa di Parlami d’amore.

Le chiediamo allora quanto ci sia della sua esperienza personale nella storia di Justine e Richard, perché la componente autobiografica si avverte con forza.

La risposta è sorprendentemente diretta:

«Posso dire che è molto autobiografico! È molto specifico e, allo stesso tempo, il suo linguaggio è universale, perché io presento una coppia che è molto particolare, ma che allo stesso tempo rappresenta l’universo intero».

La separazione vista attraverso gli occhi dei figli

Ma la sensibilità della Marceau non si concentra soltanto sui due adulti.

Una parte importante del film riguarda infatti i tre figli di Justine e Richard e il modo differente in cui ciascuno di loro vive la crisi e la separazione dei genitori.

Anche questa è stata una scelta precisa della regista:

«Ho scelto tre bambini, ma forse avrei avuto bisogno di metterne di più. Perché qualsiasi separazione costituisce un trauma diverso per ogni bambino».

Sophie Marceau spiega di aver voluto rappresentare tre differenti età e, quindi, tre modi diversi di percepire quello che sta accadendo:

«C’è il piccolino che con i suoi pianti è già triste per quanto avviene attorno a lui, poi quello di età media che vede i genitori litigare e cerca di capire quello che gli succede intorno, e infine il più grande, che cerca quasi di essere il confidente della mamma».

E aggiunge:

«Tutte queste sfumature, questi sentimenti, non riuscivo a farli esprimere a un unico bambino. Per questo ne ho impiegati tre».

«La vita è una lunga psicoanalisi su se stessi»

Qual è dunque la chiave di lettura di Parlami d’amore?

Normalmente una conclusione del genere dovrebbe spettare a chi guarda e recensisce il film. Ma questa volta è la stessa Sophie Marceau a offrircene una, forse migliore di qualsiasi interpretazione critica:

«Credo che la vita sia una lunga psicoanalisi su se stessi».

Ed è probabilmente questa la definizione più sincera della sua opera prima.

Un film intimo, doloroso e volutamente privo di facili risposte, nel quale Sophie Marceau abbandona per la prima volta il ruolo di attrice per raccontare, dietro la macchina da presa, quanto possa essere difficile continuare ad amarsi e quanto possa essere doloroso imparare a lasciarsi.


CAST TECNICO

Regia e sceneggiatura: Sophie Marceau
Produttore: Alain Sarde
Produttore esecutivo: Christine Gozlan
Direttore della fotografia: Emmanuel Machuel
Musiche: Éric Neveux
Montaggio: Claudine Merlin
Scenografie: Yves Fournier
Costumi: Nathalie Raoul

CAST

Judith Godrèche – Justine
Niels Arestrup – Richard
Anne Le Ny – Amélie
Laurence Février – Madre di Justine
Jean-Marie Frin – Padre di Justine
Aurélien Wiik – William
Daniel Isoppo – Hubert
Christelle Tual – Josée
Chantal Banlier – Christine
Isabelle Olive – Carole

Durata: 98 minuti

CURIOSITÀ – Da “Il tempo delle mele” alla macchina da presa

Per milioni di spettatori Sophie Marceau resta ancora la dolcissima Vic de Il tempo delle mele, il film che nel 1980, quando aveva appena tredici anni, la trasformò quasi da un giorno all’altro in un idolo degli adolescenti.

Da allora, però, di strada ne ha fatta moltissima. Ha lavorato con importanti registi francesi e internazionali, è stata protagonista di Braveheart accanto a Mel Gibson, ha vestito i panni della principessa Anna Karenina ed è diventata persino una Bond girl in Il mondo non basta.

Ora, a 36 anni, Sophie compie un nuovo salto e passa dietro la macchina da presa con Parlami d’amore.

Una scelta che sembra segnare definitivamente il passaggio dalla ragazzina che il pubblico ha conosciuto e amato come Vic a una Sophie Marceau adulta, autrice e regista, pronta a raccontare in prima persona le storie che sente più vicine.

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