“Stanze del viaggiatore virale” di Giovanni Turra Zan: un viaggio poetico tra il vuoto e le contraddizioni della società
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Percorsi seducenti dentro pagine taglienti. Nella raccolta pubblicata da L’arcolaio, Giovanni Turra Zan accompagna il lettore in un viaggio inquieto, tra disillusioni, solitudini e riflessioni sulla società contemporanea. Una poesia dalla scrittura originale, capace di affascinare e disorientare.

Il tema del viaggio, esteriore o interiore che sia, attraversa ogni pagina di Stanze del viaggiatore virale, l’affascinante e insidiosa raccolta di poesie di Giovanni Turra Zan, pubblicata dalla casa editrice L’arcolaio di Gian Franco Fabbri.
Un libro che seduce, ma che non concede nulla alla facilità. Perché il poeta non sembra intenzionato a offrire biglietti omaggio o sconti particolari ai suoi viaggiatori-lettori.
Al contrario, pretende che ciascuno si guadagni il proprio posto lungo il percorso.
Il viaggio, insomma, va meritato, non semplicemente consumato.
E non aspettatevi neppure un comodo sedile accanto a un finestrino panoramico, dal quale contemplare paesaggi rassicuranti.
Turra Zan sembra piuttosto volerci sistemare sul predellino della vita, magari aggrappati all’ultima carrozza di un treno che corre pericolosamente vicino al vuoto.
È proprio qui che risiede il fascino, ma anche l’insidia, di questo itinerario poetico.
Eppure, non bisogna avere paura.
Perché l’autore, di tanto in tanto, sembra voltarsi verso di noi e tenderci una mano, proprio quando rischiamo di smarrirci o di precipitare.
Il vuoto nascosto dietro le apparenze
Già, il vuoto.
Quello che ci circonda ogni giorno, ma che spesso non riusciamo neppure a riconoscere.
Un vuoto abilmente nascosto dietro smisurate concessionarie automobilistiche, giganteschi manifesti pubblicitari e alberghi a cinque stelle, sontuosi all’esterno quanto fragili e decadenti nella loro sostanza.
È il mondo delle apparenze, nel quale tutto sembra progettato per distrarre lo sguardo da ciò che realmente conta.
Una successione di immagini seducenti, oggetti desiderabili e promesse di felicità che finisce per costruire una barriera tra noi e la realtà.
Giovanni Turra Zan cerca di attraversare proprio questa barriera, mettendo a nudo il nulla che spesso si nasconde dietro l’abbondanza materiale.
Ma la sua indagine non si ferma alla superficie della società.
Il poeta rivolge lo sguardo anche all’interno dell’individuo, dove scopre vuoti forse ancora più difficili da riconoscere.
Un viaggio dentro le nostre solitudini
È a questo punto che il percorso si trasforma in un viaggio interiore.
Un itinerario fatto di non-parole, non-emozioni e non-rapporti, nel quale il problema più inquietante non è soltanto la mancanza di autenticità, ma l’incapacità di rendersene conto.
O, peggio ancora, la volontà di non volerlo sapere.
Ci muoviamo così in una realtà costruita su dissimulazioni volontarie, nella quale ciascuno interpreta quotidianamente una parte, come all’interno di un immenso metateatro.
Indossiamo maschere, ripetiamo gesti e pronunciamo parole che spesso hanno perduto il loro significato originario.
E intanto continuiamo a recitare, convinti che quella rappresentazione coincida con la vita.
La poesia di Turra Zan interviene proprio per incrinare questa illusione.
Non offre risposte rassicuranti, né pretende di indicarci una via d’uscita.
Ci costringe, piuttosto, a osservare ciò che normalmente preferiamo ignorare.
Una società costruita a immagine di un dio con la carta di credito
La critica alla società contemporanea diventa particolarmente tagliente quando il poeta evoca l’immagine di un dio che paga con una Mastercard falsificata.
Una metafora raggelante, capace di condensare in poche parole il senso di un mondo nel quale persino i valori più profondi sembrano essere stati assorbiti dalla logica del consumo.
È come se avessimo costruito la nostra società a immagine e somiglianza di una divinità fasulla, pronta a promettere qualsiasi cosa, purché tutto possa essere acquistato.
Un’immagine provocatoria, certo, ma anche estremamente efficace.
Perché Turra Zan non si limita a denunciare il predominio del denaro o l’ossessione per il possesso.
La sua poesia sembra interrogarsi soprattutto sulle conseguenze interiori di questo sistema: la perdita di significato, l’impoverimento dei rapporti umani e la progressiva incapacità di distinguere ciò che è autentico da ciò che è soltanto rappresentazione.
Una poesia dal ritmo irregolare e seducente
Ma il fascino di Stanze del viaggiatore virale non risiede soltanto nei temi affrontati.
Un ruolo fondamentale è svolto anche dalla particolare costruzione del linguaggio poetico.
Giovanni Turra Zan lavora infatti attraverso una destrutturazione semantica del verso, dando vita a una scrittura che procede per scarti, interruzioni e accostamenti inattesi.
Una poesia che, paradossalmente, potremmo definire persino ballabile.
Ma attenzione: non si tratta di un ballo facile, scandito da un ritmo prevedibile.
È piuttosto una danza in sette ottavi, come quelle indiavolate melodie balcaniche che sembrano continuamente sottrarsi all’equilibrio, pur conservando una loro irresistibile armonia.
All’inizio il passo può risultare difficile.
Si inciampa, si perde il ritmo, si fatica a trovare un punto di riferimento.
Poi, lentamente, si comincia a comprendere il movimento.
E quando finalmente lo si è imparato, quel ritmo non ci abbandona più.
Diventa quasi una presenza ossessiva, come una compagna di ballo esigente, imprevedibile, ma tremendamente seducente.
È questa, forse, una delle qualità più interessanti della poesia di Turra Zan: la capacità di disorientare il lettore e, nello stesso tempo, di trattenerlo all’interno del proprio universo espressivo.
Un libro da attraversare, non soltanto da leggere
Stanze del viaggiatore virale non è una raccolta da affrontare distrattamente.
Richiede partecipazione, attenzione e la disponibilità a lasciarsi condurre lungo percorsi che non sempre offrono indicazioni precise.
Ma proprio per questo rappresenta un’esperienza di lettura stimolante.
Giovanni Turra Zan ci invita a osservare il mondo senza le protezioni delle abitudini, a riconoscere il vuoto nascosto dietro le apparenze e a interrogarci sulle contraddizioni che attraversano la nostra esistenza.
Lo fa con versi taglienti, immagini provocatorie e un linguaggio che rifiuta ogni comoda prevedibilità.
E così, alla fine del viaggio, ci ritroviamo forse un po’ più inquieti, ma anche più consapevoli.
Perché la poesia, quando riesce davvero a toccarci, non deve necessariamente consolare.
A volte il suo compito più importante è proprio quello di costringerci a guardare dove normalmente preferiremmo distogliere gli occhi.
E Giovanni Turra Zan, con questo libro, dimostra di saperlo fare molto bene.
Scheda del libro
Titolo: Stanze del viaggiatore virale
Autore: Giovanni Turra Zan
Editore: L’arcolaio
Genere: Poesia contemporanea
Recensione: Osvaldo Contenti