PIVIO E ALDO DE SCALZI, UN MARCHIO DI GARANZIA NEL MONDO DELLE COLONNE SONORE

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Dal rock progressivo alla musica per il cinema, passando per “Il bagno turco”, “Harem Suare”, “El Alamein” e la fortunata serie “Distretto di polizia”: i due compositori genovesi raccontano la nascita del loro sodalizio artistico, il rapporto con i registi e i segreti di un mestiere in cui la musica diventa parte integrante delle immagini.

Di Luca Cirillo

Ci sono colonne sonore che accompagnano le immagini e altre che riescono a diventare parte essenziale del racconto, contribuendo a creare atmosfere, emozioni e suggestioni che restano impresse nella memoria dello spettatore.

È proprio su questo rapporto tra musica e cinema che Pivio e Aldo De Scalzi hanno costruito, in pochi anni, uno dei sodalizi artistici più interessanti del panorama italiano.

Genovesi entrambi, con alle spalle esperienze musicali differenti ma una comune passione per la sperimentazione, i due compositori sono riusciti a conquistare uno spazio importante nel mondo delle colonne sonore, firmando le musiche di film molto diversi tra loro.

Dal successo de Il bagno turco di Ferzan Ozpetek a Harem Suare, passando per L’odore della notte di Claudio Caligari, I giardini dell’Eden e il recente El Alamein – La linea del fuoco di Enzo Monteleone, il loro percorso dimostra una notevole capacità di adattarsi alle esigenze narrative dei registi senza rinunciare a una propria identità musicale.

Ma la storia di Pivio e Aldo De Scalzi comincia molto prima del loro incontro con il cinema.

Aldo proviene dall’esperienza del rock progressivo, con il gruppo Picchio dal Pozzo, e ha lavorato a lungo nell’ambiente musicale genovese, collaborando anche con i New Trolls, fondati dal fratello Vittorio. Pivio, invece, si è formato nell’ambito della new wave con gli Scortilla, sviluppando parallelamente un forte interesse per l’elettronica e le nuove tecnologie.

Le loro strade si incrociano nello storico Studio G di Genova, ma è soprattutto con il progetto Trancendental che nasce un linguaggio musicale comune, capace di fondere strumenti tradizionali, sonorità mediterranee, suggestioni orientali e sperimentazione elettronica.

Un patrimonio musicale che diventerà fondamentale quando, quasi per caso, arriverà la prima grande occasione cinematografica.

Da allora Pivio e Aldo De Scalzi hanno continuato a sperimentare, lavorando anche per la televisione. Sono infatti loro gli autori delle musiche di Distretto di polizia, una delle serie di maggiore successo degli ultimi anni, la cui sigla è diventata immediatamente riconoscibile.

Dietro ogni loro lavoro c’è una ricerca accurata del suono, degli strumenti e delle atmosfere più adatte a raccontare una storia.

Li abbiamo incontrati per parlare dei loro inizi, delle collaborazioni con alcuni dei registi più interessanti del cinema italiano e del rapporto tra strumenti acustici e tecnologia.

Ne è nata una lunga conversazione che permette di scoprire come nasce una colonna sonora e quanto lavoro, creatività e passione si nascondano dietro la musica che accompagna le immagini.


Ciao Pivio e ciao Aldo, benvenuti su Palcoscenico. Da anni siete diventati un marchio di garanzia nel mondo delle colonne sonore, ma vorrei iniziare parlando delle esperienze precedenti alla vostra unione artistica…

Pivio: «Beh, intanto grazie per l’attestato di stima.

In effetti, è solo da tempi relativamente recenti, dal 1996-1997, che ci occupiamo di colonne sonore.

Prima, e parlo del periodo a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, Aldo De Scalzi militava in un gruppo musicale progressive, Picchio dal Pozzo, con già all’attivo tre album, mentre io facevo parte del gruppo new wave Scortilla.

Per inciso, solo qualche giorno fa ci siamo resi conto che entrambi eravamo i cantanti, di fatto i frontman, dei nostri rispettivi gruppi. Bizzarro.

Le nostre strade si sono incrociate poi allo storico Studio G di Genova, base operativa del movimento musicale alternativo dell’epoca, per la realizzazione del primo disco degli Scortilla, dove Aldo era presente come arrangiatore.

Ma si deve arrivare al 1990 per una collaborazione più concreta, con la realizzazione del CD Maccaia, a firma di entrambi».

Aldo, tu hai lavorato per molti anni con i New Trolls, fondati da tuo fratello Vittorio. Che cosa ricordi della lunga collaborazione con la band e come mai oggi il gruppo è diviso in due formazioni, una con Vittorio e Alfio Vitanza e l’altra con Nico Di Palo, Ricky Belloni e Giorgio Usai?

Aldo: «Più che capitanare, mio fratello è stato il fondatore del gruppo, che ai tempi si chiamava solo Trolls.

La cosa più utile e interessante non è stata tanto la breve partecipazione come membro del gruppo, quanto la più lunga collaborazione alla parte realizzativa in studio dei brani.

Lì non solo ho acquisito esperienza nel mettere insieme elementi armonici e timbrici, cioè fare l’arrangiatore, ma mi sono anche occupato della parte fonica, imparando ad avere dimestichezza con mixer e ammennicoli elettronici vari.

Direi che attualmente i gruppi sono due: quello di Vittorio e quello di Nico.

Non me ne vogliano, ma gli altri li considero gregari. Peraltro, di una storia di più di trent’anni, loro ne hanno vissuti sei o sette.

È anche per non restare un gregario anch’io che ho scelto la mia via creativa personale.

Come mai la divisione? Beh, mi sembra la cosa più ovvia del mondo: dopo tanti anni vissuti insieme, le individualità vogliono e devono emergere. Intendo soprattutto quelle artistiche.

Vittorio ora sta preparando un suo album da solista, ma non ha mai smesso di collaborare anche come autore con i più grandi artisti italiani, dai tempi di Fabrizio De André a Mina, Vanoni e molti altri».

Quando è nata l’idea di formare un duo e in che modo vi siete avvicinati al mondo delle colonne sonore? Qual è stato il primo lavoro insieme?

Aldo: «Io e Pivio lavoriamo insieme dai tempi in cui curammo la produzione artistica degli Scortilla, ma la vera prima produzione del duo Trancendental è stata Maccaja, seguita da Mirag e dal CD più famoso, Deposizione».

Pivio: «Come dicevamo, siamo entrambi di Genova, piccola città dove le opportunità di incontrarsi diventano quasi una necessità di sopravvivenza.

Inizialmente la nostra idea era probabilmente più vicina a una collaborazione saltuaria in occasione di progetti precisi, poi col tempo e in maniera molto naturale il nostro rapporto si è evoluto in un sodalizio ben più consistente.

Siamo sempre stati attirati dal connubio tra immagini e suoni.

L’occasione è arrivata un po’ per caso agli inizi del 1996, con il film Hamam – Il bagno turco.

Era uscito da poco il CD Deposizione del nostro gruppo Trancendental, ensemble multietnico col quale stiamo sviluppando dal 1995 un progetto dedicato alla ricerca sulla musica trance dell’area mediterranea e mediorientale.

Una copia di quest’album è arrivata per vie traverse alle orecchie di Marco Risi e Francesca D’Aloja, rispettivamente produttore e attrice protagonista del film.

Da lì il contatto col regista Ferzan Ozpetek, che non conoscevo nonostante abitassi di fronte a casa sua.

Il resto è avvenuto molto naturalmente».

In questi anni avete musicato film importanti come Il bagno turco, Harem Suare, L’odore della notte, I giardini dell’Eden, fino al recente El Alamein. A quale colonna sonora siete più affezionati?

Pivio: «Difficile dirlo, sono tutti figli nostri!

Una delle componenti essenziali che ci portano a partecipare a una colonna sonora è quella del divertimento, in senso lato.

Cioè, tendiamo da subito a non farci coinvolgere in progetti che nascono con presupposti artistici non interessanti, anche a scapito di eventuali facili guadagni.

Per cui, se decidiamo di buttarci in un progetto, lo facciamo con tutto noi stessi, mettendoci sempre lo stesso amore e impegno.

Può suonare retorico, ma ti assicuro che è la verità».

Aldo: «Come per tutti i padri, credo che l’ultima creatura, El Alamein, sia sempre la più amata, anche se resta un affetto particolare per la prima, Il bagno turco».

C’è qualche film, tra quelli da voi musicati, che non vi è piaciuto?

Aldo: «No, abbiamo sempre avuto la fortuna di lavorare con registi interessanti: Caligari, D’Alatri, Di Robilant, Manni, Monteleone, Ozpetek e altri».

Pivio: «Per riallacciarmi a quanto detto, noi aderiamo a un progetto filmico solo a fronte di presupposti artistici precisi, si trattasse anche di una commedia.

Purtroppo è vero che le difficili condizioni in cui versa parte della produzione cinematografica italiana, e fino a oggi è il nostro unico riferimento, non avendo mai partecipato a progetti stranieri, fanno sì che a volte le premesse si perdano per strada.

Ciononostante mi sento di difendere anche i film meno riusciti, perché credo che un percorso artistico debba essere analizzato in maniera complessiva e non solo puntuale».

Parlatemi del progetto Trancendental e della collaborazione con la bravissima Barbara Eramo…

Aldo: «Trancendental non è altro che il nome usato da Pivio e da me al di fuori delle colonne sonore.

È un progetto che va avanti da anni e vede la collaborazione di ottimi musicisti: Giovanni Lo Cascio alle percussioni, Paolo Modugno ai plettri, Faisal Taher alla voce.

Di Barbara vorrei parlare a parte, non solo perché è l’unica donna del gruppo.

Mi sono innamorato di lei, artisticamente!!!, ascoltandola cantare in uno dei pochi Sanremo che ho visto.

Poi una sera, in un locale di Roma, io e Pivio siamo rimasti folgorati dalla voce di una ragazza che cantava un fado e ancora di più quando ci siamo resi conto che era sempre lei.

Siamo onorati di averla come collaboratrice, oltre che come amica».

Pivio: «Il progetto Trancendental parte ufficialmente nel 1995 con la realizzazione dell’album Deposizione.

Nato quale sintesi tra i suoni della tecnologia e della tradizione, con la forte convinzione che in entrambi siano presenti la spinta liberatoria verso la danza e la tendenza alla trance ipnotica, Trancendental trae la propria linfa da esperienze musicali provenienti da Oriente e Occidente, con particolare attenzione all’area mediterranea.

Non a caso avevamo scelto per la copertina un particolare della Deposizione di Giotto, in cui al ricco sfondo di drappi contenenti iscrizioni in arabo fa da contraltare il dramma che segnerà l’inizio dell’era cristiana.

Da qui il progetto si è poi dipanato nel tempo senza troppa regolarità, con altri album come Rinascimento, fino ad arrivare a oggi, in attesa di pubblicare un disco che riassumerà la nostra centellinata attività dal vivo.

Ed è qui che entra in gioco Barbara Eramo, a mio avviso una delle voci più interessanti del nostro panorama musicale.

Abbiamo incontrato Barbara durante una sua esibizione e siamo stati letteralmente rapiti dalla sua dolcezza e dalla sua intensità interpretativa.

Dopo i complimenti di rito, le abbiamo chiesto senza indugi se fosse interessata a possibili collaborazioni.

Il risultato è stato che è diventata immediatamente un punto di riferimento preciso delle nostre realizzazioni, come nella nostra ultima avventura cinematografica, El Alamein, dove canta il toccante brano di chiusura del film».

Quali colonne sonore, tra quelle non scritte da voi, consigliereste a un appassionato di musica e cinema?

Aldo: «Sarebbero troppe. Consiglio comunque un attento ascolto degli autori italiani, soprattutto quelli meno noti.

C’è una nuova generazione molto interessante».

Pivio: «Direi che la risposta dipende in parte dal contesto.

Mi spiego meglio: alcune colonne sonore sono indubbiamente da consigliare al di là della loro funzionalità nel film, che è in realtà il presupposto per il quale nascono.

Preferisco quindi rispondere con alcuni esempi in cui, a mio parere, meglio si è raggiunta l’integrazione tra storia, immagini e suono.

In blocco tutta la produzione legata ai film di Stanley Kubrick, Oliver Stone e Francis Ford Coppola, ovviamente le colonne sonore dei film di Sergio Leone, inarrivabile C’era una volta in America, e Federico Fellini, il periodo sakamotiano di Bertolucci e ultimamente Moulin Rouge per la regia di Baz Luhrmann.

Ma sicuramente ne sto dimenticando troppe».

E quale film del passato vi sarebbe piaciuto musicare?

Aldo: «Musicare un film muto, non per forza del passato».

Pivio: «Impossibile rispondere.

Mi limiterò ai primi due che mi vengono in mente: Brazil di Terry Gilliam e Videodrome di David Cronenberg, perché coincidono con due momenti artistici molto importanti della mia vita».

Avete mai avuto problemi o intralci da parte dei registi o produttori con i quali avete lavorato?

Aldo: «Più che problemi e intralci, direi consigli e democratici dibattiti».

Pivio: «Sarei ipocrita nel rispondere che non si sono mai verificati problemi.

Stiamo parlando di figure professionali, i registi, i produttori, i montatori e, ovviamente, i compositori, caratterizzate generalmente da un forte ego, che poi spesso è la fonte del proprio successo artistico.

Nel corso della lavorazione le occasioni di controversia non mancano, ma sono sempre rivolte a trovare la migliore soluzione per il film, che rimane l’obiettivo finale».

Ho trovato interessante e atipica la colonna sonora per il film erotic-noir AmorEstremo. Come arrivaste alla scelta di musicare un film così particolare?

Pivio: «La sfida era interessante e le immagini dark del film e i dialoghi rarefatti ci hanno offerto ottimi stimoli.

Abbiamo lavorato molto in elettronica per sottolineare gli ambienti cupi o notturni del film».

Aldo: «L’incontro con la regista Maria Martinelli è avvenuto durante il montaggio del film.

Ci interessava l’idea di collaborare a un film fuori regola.

In Italia il genere erotic-noir non è molto percorso e poi sapere che uno dei protagonisti era l’icona del cinema porno Rocco Siffredi ha decisamente fatto scattare la curiosità.

Nell’occasione abbiamo cercato di creare un mondo sonoro dai toni dark e tecnologici, senza disdegnare la ricerca di alcuni temi fortemente riconoscibili, come nella più tipica tradizione del genere thriller.

Purtroppo il film non ha avuto molta fortuna in sala e questo ha fortemente pregiudicato anche la visibilità della colonna sonora.

Tuttavia il mercato dell’home video e del DVD sta facendo recuperare il terreno perduto».

Domanda tecnica: quali strumentazioni utilizzate maggiormente nelle vostre incisioni?

Pivio: «A dispetto di quanto pensano in molti, i nostri lavori si basano normalmente sull’utilizzo di strumenti acustici, occidentali e non, quindi su una tavolozza di colori sonori molto ampia.

Laddove le nostre capacità tecniche vengono meno, possiamo sempre contare su un nutrito numero di amici e collaboratori con i quali condividiamo una forte sintonia.

Ciò non esclude che, una volta acquisita la base di lavoro, non si tenda a stravolgerla con la tecnologia per ottenerne ulteriore linfa.

Tutti i registi con i quali abbiamo lavorato sanno quanto siamo interessati a ricercare il suono che identificherà il film.

A nostro avviso questo è in realtà il momento più delicato: dalla progettazione dell’impianto sonoro e dalla sua caratterizzazione dipenderà poi la scrittura vera e propria della colonna sonora.

Ed è per questo motivo che spesso siamo ricordati per la cura con cui scegliamo gli strumenti che utilizziamo.

In effetti, credo che una delle caratteristiche del nostro lavoro, che ci contraddistingue da altri colleghi, stia nella nostra formazione non classica e istituzionale, ma piuttosto tecnica e sul campo.

Aldo ha fatto per molti anni il fonico di studio e io mi sono laureato in Ingegneria elettronica con una tesi di Informatica musicale.

Questo fa sì che ancora oggi curiamo personalmente tutte le fasi di realizzazione della colonna sonora, dalla registrazione al missaggio, e ci obbliga a essere continuamente aggiornati sulle novità tecnologiche di sintesi e manipolazione del suono».

Da anni i sintetizzatori riescono a simulare sempre meglio le sonorità orchestrali. Non pensate che, alla lunga, il suono possa risultare troppo artificiale e si perda quel pathos che solo una vera orchestra può regalare?

Pivio: «Come dicevo precedentemente, non sono un purista accademico, quindi tendo ad avere un atteggiamento piuttosto espressionista nei confronti del suono.

È evidente che l’orchestra è in grado di dare il valore aggiunto dell’esecuzione manuale, con tutte le sue meravigliose sporcature.

Tuttavia, in determinate circostanze, potrebbe essere interessante un approccio più distaccato, come solo le macchine possono garantire.

Faccio un esempio: nel film El Alamein abbiamo utilizzato una grossa orchestra sinfonica come base di quasi tutte le composizioni presenti.

Tuttavia, per la scena clou della battaglia, in accordo con i desideri del regista Enzo Monteleone, abbiamo scelto di inserire nella colonna sonora la versione tecnologica del brano, quindi basata su suoni d’orchestra campionati, perché la freddezza dell’esecuzione avrebbe dato maggior risalto alla crudezza dello scontro bellico, non lasciando alcuno spazio a eventuali attacchi di retorica hollywoodiana».

Aldo: «Al contrario di quanto pensino in molti, Pivio e io lavoriamo quasi esclusivamente con strumenti veri.

Là dove usiamo dell’elettronica, la usiamo per integrare o modificare i suoni acustici, mai per emularli!».

Dal cinema alla fiction. Parlatemi delle musiche per Distretto di polizia.

Pivio: «È un’avventura iniziata subito dalla prima fortunata serie e che si protrae nel tempo con continui aggiustamenti e nuovi temi.

Una sorta di work in progress che dura ormai tre anni.

L’idea di base era, da un lato, quella di svecchiare il concetto di colonna sonora televisiva con l’introduzione di strumenti inusuali per una fiction italiana, mellotron, daf, groove techno, chitarre trattate e così via.

Dall’altro, recuperare l’uso di un tema portante molto metropolitano che raccontasse in vari modi lo svolgimento dei singoli episodi, che poi è stata l’idea vincente delle colonne sonore dei più famosi telefilm polizieschi americani.

Il fatto di aver ascoltato più di una volta sulle suonerie dei telefoni portatili la sigla di Distretto mi fa pensare che in qualche modo abbiamo raggiunto l’obiettivo».

Trovate differenze nel musicare un film per il cinema invece di una fiction televisiva?

Aldo: «Premesso che noi ci rapportiamo alle fiction TV esattamente come al cinema, per Distretto abbiamo cercato di rinfrescare un po’ quello che è il suono tipico della serie TV italiana, per non parlare delle soap, senza dimenticare il nostro patrimonio melodico».

Pivio: «Tutto sommato no, almeno per ciò che riguarda la realizzazione.

Anche in questo caso si discutono le linee guida con il regista e il montatore, lavorando poi sulle singole scene esattamente come per il cinema.

L’unica differenza è che, una volta realizzato il pacchetto di base della colonna sonora, nel caso di Distretto di polizia si parla di una quindicina di ore di musica!, parte della responsabilità della scelta su quali versioni utilizzare nelle varie scene dipende dal montatore del suono.

I tempi di realizzazione di una serie televisiva impongono la capacità di lavorare per macrostrutture espressive: il tema del protagonista, la tensione, il momento giocoso e così via.

Una volta verificata la funzionalità di un pezzo su particolari scene, il montatore del suono è in grado di gestire il gruppo di musiche di riferimento e di montarle secondo il suo gusto.

Ovviamente ciò non esclude la verifica da parte dei compositori del risultato finale.

E devo riconoscere che nel caso specifico di Distretto di polizia molte soluzioni mi hanno positivamente colpito».

Ultima, immancabile domanda: potete anticiparmi i vostri progetti futuri?

Pivio: «Innanzitutto un po’ di riposo per recuperare le forze, dopo un tour de force legato agli ultimi due film, Casomai ed El Alamein.

Oltre a ciò abbiamo alcuni progetti di tipo personale.

Una delle regole del gioco che abbiamo implicitamente adottato è la libertà assoluta d’espressione, anche e soprattutto al di fuori del nostro connubio artistico.

In questo momento Aldo è impegnato in una serie di registrazioni con il suo gruppo storico progressive, Picchio dal Pozzo.

Probabilmente ne verrà fuori un nuovo album di inediti a distanza di quasi un ventennio.

Io sto preparando un album solista, anche in veste di cantante.

Inoltre sono in fase di allestimento una serie di concerti e un CD dal vivo del gruppo Trancendental, più due spettacoli teatrali.

Abbiamo comunque nel cassetto altri quattro CD molto diversi tra loro, di cui però ora è prematuro parlare, anche per non essere accusati di eccessiva produzione.

Ma questa è un’altra storia».

Aldo: «E abbiamo in progetto un film molto importante che preferiamo mantenere segreto…».

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