PAOLO SASSANELLI, LA SUA È UNA CLASSE… DI FERRO!
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Dagli esordi sui palcoscenici di Bari al successo di “Classe di ferro”, fino a “LaCapaGira” e “Un medico in famiglia”: Paolo Sassanelli racconta la sua carriera tra cinema, teatro e televisione, ricordando Bruno Corbucci, Matteo Garrone e i tanti colleghi con i quali ha condiviso il set.
Di Luca Cirillo
C’è un attore che il pubblico televisivo ha imparato a conoscere e ad amare grazie a una delle serie più popolari degli anni Ottanta, ma che, lontano dai riflettori del piccolo schermo, ha costruito una carriera ricca di esperienze teatrali e cinematografiche di grande interesse. È Paolo Sassanelli, interprete versatile, capace di passare con naturalezza dalla commedia al dramma, dai personaggi popolari alle storie più impegnate.
Per molti telespettatori il suo volto resta legato a Gabriele Serra, il simpatico e scanzonato militare di Classe di ferro, il telefilm diretto da Bruno Corbucci che, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, ha conquistato il pubblico raccontando con ironia la vita di un gruppo di giovani alle prese con il servizio militare.
Un personaggio che gli ha regalato una grande popolarità e che ancora oggi viene ricordato con affetto dagli appassionati della serie. Ma sarebbe riduttivo identificare Paolo Sassanelli soltanto con quel ruolo.
La sua storia artistica, infatti, comincia molto prima, sui palcoscenici della sua Bari, dove muove i primi passi con il Piccolo Teatro e successivamente con la compagnia La Tarumba, portando in scena le opere di Federico García Lorca nelle piazze del Sud Italia.
È proprio il teatro a dargli quella preparazione che diventerà fondamentale per affrontare personaggi e generi molto diversi. Una passione che non ha mai abbandonato, neppure dopo il successo televisivo.
Nel cinema, intanto, Sassanelli ha saputo ritagliarsi uno spazio importante, partecipando a film come Colpo di luna di Alberto Simone, Terra di mezzo di Matteo Garrone e Matrimoni di Cristina Comencini, accanto ad attori del calibro di Stefania Sandrelli, Diego Abatantuono e Francesca Neri.
Particolarmente significativa è anche la sua interpretazione in LaCapaGira, il film di Alessandro Piva ambientato a Bari, nel quale ha potuto tornare alle proprie radici e recitare nel dialetto della sua città. Un’esperienza che considera la realizzazione di un sogno.
E poi c’è la televisione, che continua a regalargli grandi soddisfazioni. Dopo Classe di ferro, infatti, arriva un altro successo con Un medico in famiglia, una delle fiction più amate dal pubblico italiano, alla quale si aggiungono produzioni come Compagni di scuola e Padri.
Dietro questa carriera così ricca c’è però un uomo che ama soprattutto il proprio mestiere, rifugge le risposte troppo convenzionali e affronta le domande con una buona dose di ironia.
Lo abbiamo incontrato per ripercorrere le tappe più importanti della sua esperienza artistica, parlare dei registi che lo hanno diretto, dei colleghi con i quali ha lavorato e dei personaggi che gli sono rimasti nel cuore.
Ne è nata una conversazione schietta, divertente e senza troppi giri di parole, proprio come il suo protagonista.
Ciao Paolo, benvenuto su Palcoscenico. Iniziamo questa chiacchierata parlando dei tuoi esordi…
«Ho cominciato a Bari, con il Piccolo Teatro di Bari, per poi passare a una compagnia, La Tarumba, con la quale ho girato le piazze del Sud Italia rappresentando García Lorca».
La tua formazione è ricca di studi e seminari di recitazione e la tua gavetta è stata il teatro. Ritieni quindi fondamentale l’approccio classico per questo lavoro?
«La vita mi ha insegnato che di fondamentale c’è soprattutto l’esperienza, il lavoro. Io ho cominciato con il teatro e per me è fondamentale tuttora continuare a farlo».
Delle tue tante esperienze teatrali, quale ricordi con più piacere e quale non rifaresti?
«Rifarei tutto».
Arriviamo al lancio televisivo e al grande successo della serie Classe di ferro, nella quale interpretavi il divertente ruolo di Gabriele Serra. Come sei approdato a questa avventura? Quanto c’era di tuo in Gabriele?
«Devo molto a Bruno Corbucci, che ha avuto fiducia in me. Tuttora lo ricordo con affetto. Di Serra condivido solo la voglia di cazzeggiare».
In una situazione da caserma come quella raccontata dal telefilm, con chi hai legato maggiormente e con chi hai avuto screzi?
«Ho legato con tutti e con quasi tutti mi vedo tuttora».
Il telefilm era diretto dal compianto Bruno Corbucci. Che ricordo puoi darci di lui?
«Come ho detto prima, a volte mi mancano la sua ironia e il suo disincanto».
Pensavate, mentre giravate la serie, che avrebbe avuto così tanto successo?
«No, ma ci divertivamo lo stesso».
Che cosa pensi del fatto che sul web si parli molto di Classe di ferro e che presto verrà aperto un sito dedicato appositamente al telefilm?
«Posso solo dire che quel telefilm, tanto bistrattato, sta diventando sempre più buono invecchiando, come il vino».
Dopo le due serie del telefilm, Corbucci passò a dirigere Quelli della speciale, con lo stesso cast di Classe di ferro, fatta eccezione per te e Massimo Reale. Come mai questo abbandono?
«Scelte. A volte si devono fare».
Arriviamo a Colpo di luna di Alberto Simone, per il quale ricevesti una menzione speciale come attore non protagonista al Festival di Berlino del 1995. In passato, intervistando Daniele Falleri e Cinzia Mascoli, anche loro nel cast, mi raccontarono di questo film come di un’esperienza fondamentale. Fu così anche per te?
«Assolutamente».
In seguito ti sei distinto per partecipazioni a film di grande qualità, tra cui ricordo Terra di mezzo di Matteo Garrone. In Italia, però, si continua a preferire il cinema commerciale e a pubblicizzare poco le opere più impegnate. Qual è la tua opinione in merito e che cosa ricordi del film?
«Difficile da dire, perché è così semplice: “Se fai soldi va bene, se no attaccati”.
Del film ricordo che non c’era una sceneggiatura, solo due fogli scritti da Matteo, e noi improvvisavamo».
** Matrimoni di Cristina Comencini fu un grande successo di pubblico e critica. Come ti sei trovato a lavorare con attori pluripremiati come Stefania Sandrelli, Diego Abatantuono e Francesca Neri?**
«All’inizio preoccupato, poi un po’ meno e alla fine di nuovo preoccupato».
** Sono positivo è una commedia spassosa nella quale avevi il ruolo di coprotagonista. Hai avuto difficoltà nel calarti nel ruolo di un gay?**
«Macché, avevo molti coach sul set che mi davano suggerimenti».
Nel film appariva, in un cameo, il regista cult Joe D’Amato, scomparso poco dopo le riprese. Hai avuto modo di conoscerlo?
«Purtroppo no».
Parliamo dei tuoi riferimenti artistici. Quali film e attori hanno segnato maggiormente il tuo modo di recitare e quali generi prediligi?
«Quando ho cominciato, De Niro era il top. Poi ho scoperto Brando, Dean, Cliff.
Adesso sono un devoto di De Sica, Fabrizi, Peppino De Filippo, Cervi, e stimo molto Sergio Castellitto.
Adoro la fantascienza, mi sparo qualsiasi cosa tratti quell’argomento».
Anche tua moglie Marit è attrice. È vero che vi siete conosciuti in scena? Avete più recitato insieme?
«Recitavamo insieme in una commedia di Nino Manfredi e dopo abbiamo formato, con alcuni amici, una compagnia teatrale che ha galoppato per anni».
È difficile per due attori, spesso in giro per tournée o impegnati sul set, condurre una vita familiare regolare?
«Dipende dalle persone. Noi, bene o male, ci riusciamo e abbiamo due figli fantastici».
Parliamo di un film che ho amato molto e del quale eri protagonista: LaCapaGira. Che cosa hai pensato dopo aver letto il copione?
«Questo film o è un capolavoro o una puttanata!!!».
Recitare in dialetto barese è stato un bel ritorno alle origini, vero?
«È stato un sogno realizzato».
Come avete accolto il successo della critica internazionale?
«Bene. Come dovevamo accoglierlo?».
C’è un ruolo che ti piacerebbe interpretare e che ancora non hai fatto?
«Riccardo III».
Dopo tanti anni di lavoro davanti alle telecamere, pensi anche tu a un progetto come regista cinematografico?
«No!».
** L’ultima lezione è un film che mi ha colpito molto per la compattezza della regia e lo stile recitativo davvero azzeccato. Ti sei documentato sulla storia di Federico Caffè prima di girare il film?**
«Cerco di farlo sempre, per tutto quello che faccio».
Che cosa pensi del risultato finale del film?
«Due mesi in sala a Roma, un Globo d’oro, il Sacher d’oro al protagonista… Beh, non male».
Prima di arrivare a parlare dei recenti successi televisivi, dacci un giudizio e magari qualche aneddoto su queste tre commedie: La vespa e la regina, Senza filtro e Tandem…
«No, sono amico e voglio bene a tutti e tre i registi. Come faccio a fare distinzioni?».
E inevitabilmente arriviamo a Un medico in famiglia. Ancora una volta una serie di grande successo. Come fai a scegliere sempre copioni vincenti?
«Sono loro che mi hanno scelto».
Che cosa pensi della scelta di abbandonare la serie da parte di Giulio Scarpati e Claudia Pandolfi e come erano i rapporti con i tuoi colleghi?
«Proprio perché ho un ottimo rapporto con entrambi, ti dico che sono fatti loro».
** Compagni di scuola ti vedeva in un ruolo importante al fianco di Massimo Lopez. Che cosa ti ha lasciato questa ennesima avventura televisiva?**
«La voglia di fare la seconda serie».
** Palcoscenico, come saprai, è un portale. Qual è il tuo rapporto con Internet e la comunicazione via email?**
«Da uno a dieci: nove».
Parlaci della recente esperienza in Padri. Come ti sei trovato nel ruolo di un ex musicista di successo?
«Perfettamente a mio agio. In fondo, in fondo, io sono un cantante».
Bene Paolo, manda un saluto ai lettori telematici di Palcoscenico, che stanno leggendo questa intervista online…
«Ciao, smanettoni! Alla prossima!».