LUCA LIONELLO, CIRCONDATO DALL’ARTE

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Figlio del grande Oreste Lionello, cresciuto tra cinema e teatro, Luca Lionello racconta la sua carriera senza peli sulla lingua. Dagli incontri con Ugo Tognazzi e Tinto Brass ai film di Claudio Fragasso, fino ai successi teatrali: un’intervista tra ricordi, provocazioni e battute fulminanti.

«Non mi sono mai avvicinato al mondo della recitazione. Ne sono sempre stato circondato. Un assedio».

Bastano queste poche parole per comprendere il rapporto che Luca Lionello ha con lo spettacolo. Figlio del grande Oreste Lionello, uno dei più versatili interpreti del teatro, del cinema e della televisione italiana, Luca è cresciuto respirando arte fin da bambino, frequentando set cinematografici, palcoscenici e artisti che hanno fatto la storia dello spettacolo.

Eppure, nonostante un cognome così importante, ha cercato di costruirsi una strada personale, scegliendo spesso ruoli difficili, personaggi scomodi e produzioni lontane dai percorsi più prevedibili.

Il suo curriculum attraversa generi ed esperienze molto diverse: dalle commedie degli anni Ottanta ai film di Tinto Brass, dalle produzioni televisive al cinema d’azione, fino al teatro, dove ha ottenuto importanti riconoscimenti grazie soprattutto alla collaborazione con il regista Enrico Maria Lamanna.

Tra i suoi lavori più significativi c’è Le cinque rose di Jennifer, il testo di Annibale Ruccello che lo ha visto protagonista di un’esperienza teatrale particolarmente intensa e apprezzata dalla critica.

Ma Lionello è anche un interprete che ama rischiare, come dimostrano le collaborazioni con Claudio Fragasso e Antonio Bonifacio, e un artista che guarda con grande attenzione al lavoro dei colleghi della sua generazione.

A colpire, parlando con lui, è soprattutto il modo in cui affronta le domande. Non ama le risposte prevedibili, sfugge alle definizioni e spesso preferisce un’immagine surreale, una provocazione o una battuta a una spiegazione tradizionale.

Con Luca Lionello, insomma, non si sa mai dove possa arrivare una conversazione.

Lo abbiamo incontrato per ripercorrere la sua carriera, parlare dei grandi artisti con i quali ha lavorato e scoprire i suoi progetti futuri. Ne è nata un’intervista decisamente fuori dagli schemi, proprio come il suo protagonista.

Intervista di Luca Cirillo, in esclusiva per Palcoscenico.


Ciao Luca e benvenuto su Palcoscenico. Iniziamo questa lunga chiacchierata parlando del tuo avvicinamento al mondo della recitazione…

«Non mi ci sono mai avvicinato. Inutile. Ne sono sempre stato circondato. Un assedio».

Come hanno accolto in famiglia la decisione di intraprendere la carriera artistica?

«Si sarebbero stupiti del contrario!».

Quali film ti hanno formato e convinto, in qualche modo, a recitare?

«In verità, le sise di Paola Borboni, che mio padre mi obbligava a palpare a circa sette anni per farmi un adeguato metro di paragone. Esperienza notevole!

Accadeva sul set di Romolo e Remo di Pingitore.

Per quanto riguarda i titoli veri e propri dei film, mi viene in mente qualche roba di Bruce Lee, Godzilla, I morti viventi, L’esorcista, poi Grease, Un mercoledì da leoni, Il cacciatore, Apocalypse Now, American Gigolò, Rohmer, Picasso, Lorca, Schifano, Pessoa, Brazil…

Capisci? È come un grande secchio!!

Il manico è fatto di Amarcord, Blade Runner, Ben-Hur, Kubrick, Leone… Situazione».

Il tuo esordio è stato con il film di Bellocchio Diavolo in corpo, vero?

«No, con I quattro del Pater Noster di Deodato, con Villaggio, Lionello, Montesano, Pippo Franco…

Forse avevo sei anni, stavo su un cavallo. Da allora non sono mai sceso».

Ti sparo adesso il titolo di un film che era un cult per gli adolescenti degli anni Ottanta e voglio sapere da te aneddoti e ricordi: Sposerò Simon Le Bon…

«Questo è un film fondamentale.

Gianmarco Tognazzi s’innamora perdutamente di Juppy Izzo, accanna la sua fidanzata, non mi ricordo chi fosse, e le loro vite cambiano.

Il film esce, fa comunque un qualcosa e, quando va in TV, fa dieci-undici milioni di spettatori. Così, ininterrottamente, per le visioni successive.

Ma la mia vita non è cambiata.

Juppy e Gianmarco si lasciano, ma in compenso si fidanzano Ricky e Simona».

Con Gianmarco Tognazzi avresti lavorato spesso anche in seguito. È facile mantenere amicizie tra colleghi oppure rivalità e invidie sono all’ordine del giorno?

«Quando è accaduto è sempre stato il destino, dal quale siamo indissolubilmente uniti.

È l’unico nevrotico che mi rilassa».

Che cosa ti hanno lasciato queste prime esperienze lavorative e quale ricordi con maggiore soddisfazione?

«Con più soddisfazione ricordo un’immensa spiaggia bianca, piena di cavalieri argentati al galoppo sfrenato, e poi tutti scomparire dentro una grande buca scavata giorni prima e ricoperta ad arte, come un miraggio…

Era la più grande caduta da cavallo mai filmata.

Io non ci lavoravo, ma è come se avessi tolto ogni granello da quella buca.

Ettore Fieramosca: Bud Spencer, Philippe Leroy, mio padre e molti altri.

Ancora oggi, con gli stuntman, quando ci incontriamo sui set, questa storia della caduta esce sempre».

C’è qualche film che invece ti penti di aver fatto oppure qualche occasione che hai perso?

«Quelli di cui mi pento, che sono moltissimi, sono quelli dai quali ho tratto il migliore insegnamento.

Quei treni che ho perso, invece, in realtà non li ho persi. Sono rimasto semplicemente sul mio vagone…

Però mi sarebbe molto piaciuto recitare un testo scritto da Ugo Chiti apposta per Pupella Maggio e me, su esplicita richiesta dell’immensa artista».

Domanda da un milione di euro: per il lavoro che fai, un cognome come il tuo è più un peso o un’agevolazione?

«Dipende da che parte stai della bilancia…

Il guaio è che qui è come una partita di tennis: tic-tac, ora sei bilancia e d’improvviso prosciutto».

Qual era il tuo ruolo in Paprika di Tinto Brass?

«Sono nel director’s cut. Comunque il mio ruolo era quello di uno strano pittore che si vuole scopare la Caprioglio.

Cioè, le vuole fare il ritratto al culo, però è come se avesse un terzo occhio sulla nuca, un tipo che si guarda un po’ le spalle mentre imbratta di rosso quel mondo, il culo bianco di Debora, facendone timbro divino su un gigantesco foglio candido».

Che cosa pensi di Brass e del genere erotico in particolare?

«Brass è un genio e, come tutti i geni, ogni tanto scopa… Pardon, fuma il sigaro.

Situazione».

Molte sono state le tue esperienze televisive. In Una famiglia in giallo hai recitato con il grande Ugo Tognazzi. Com’era fuori dal set Tognazzi padre? Ti ha dato consigli utili per il tuo ruolo?

«Trovarti da solo con Ugo, un leone, in una roulotte a provare una scena che al leone non piace.

Ma il leone ha fame ed è quasi ora di cena.

Capisci tutto al volo.

Probabilmente Ugo era un angelo e gli angeli non danno consigli. Al limite cucinano. Il cibo degli angeli».

** Operazione Odissea e Blindati, entrambi di Claudio Fragasso, sono stati i primi episodi di una sorta di trilogia d’azione conclusasi con La banda, di cui parleremo in seguito. Ricordi e aneddoti di questi due film e di Colpo di sole, sempre di Fragasso?**

«Beh, Colpo di sole è una cosa molto particolare. Nasce da un incontro di artisti: io, Cinzia Carrea, Claudio Fragasso e Rossella Drudi.

Dopo un mesetto stavamo già girando, un po’ così, sull’istinto.

Io e Cinzia vincemmo il Festival del Cinema Mediterraneo come interpreti, ma il film non è ancora arrivato nelle sale.

In un certo qual modo si è perso nelle banche, così… Storie di cinema.

Esiste una cassetta, però, tuttora in possesso di Ghezzi.

Film molto interessante: è la storia di un incontro tra un maniaco sessuale e una delle sue vittime, solo che lei è più maniaca di lui.

Tutto dentro il caldo di una Roma deserta, ferragostiana.

Questo incontro-scontro cambia le loro vite. Ora sono un po’ più equilibrate, forse».

Sbaglio o Blindati è rimasto inedito?

«Lo vedrai in inverno su Canale 5».

Recentemente hai girato Gli occhi dell’amore per Giulio Base e San Francesco per Michele Soavi. Che cosa ti hanno lasciato queste due esperienze televisive e che cosa pensi dell’esplosione della fiction avvenuta negli ultimi anni?

«Nulla. È esplosa la fiction?!».

Torniamo al cinema e arriviamo al film Il cielo è sempre più blu di Antonello Grimaldi, che vedeva la presenza di un cast incredibilmente vasto. Parlaci del tuo ruolo…

«Interessante, che dire?

Io, Tognazzi, nel senso di Gianmarco, e Paco Reconti, così, rapinatori allo sbaraglio, finiamo tutti secchi per via di Barbareschi».

** Il decisionista ti vede nuovamente al fianco di Gianmarco Tognazzi e con le musiche del tuo amico Sergio Cammariere. Come mai, secondo te, il film non ha avuto particolare successo?**

«Perché nel cinema c’è un certo snobbismo».

Uno dei film che preferisco è Il delitto di via Monti Parioli, di cui tu sei protagonista. Come sei arrivato a questo film?

«Il copione passava per casa Martino. Lui credo mi abbia consigliato a Bonifacio, che comunque stava per chiamarmi.

Nel frattempo io, prima che Bonifacio attaccasse con Martino, entravo nell’ufficio di Bonifacio e gli sparavo: STORIA, SITUAZIONE.

Sai, ai registi, quando gli fai così, o ci restano secchi o tu fai il ruolo».

In un’intervista rilasciata a Nocturno Cinema, rivista con la quale collaboro da due anni, il regista Antonio Bonifacio disse di te: «Luca Lionello è il migliore tra tutti i figli d’arte. Ha un buon carattere e soprattutto è uno che buca lo schermo». Devo dedurre che l’esperienza de Il delitto sia stata positiva per tutti, no?

«Guarda, adesso lo chiamo! Subito!

Perché Il delitto merita di avere un seguito.

Non sai quant’è simpatico Bonifacio. Chiamalo pure tu».

Nel film figurano alcuni nomi di quella che può essere definita una nuova generazione romana, ovvero Ivano De Matteo, Veronika Logan e Lele Vannoli, oltre a te naturalmente. Quale tra i tuoi colleghi-amici, anche tra quelli non presenti nel film, credi abbia le carte in regola per affermarsi alla grande, come in passato è successo a Mastandrea e Tognazzi junior?

«Tutti. La strada è lunga, prima o poi usciranno fuori tutti.

Spero solo che trovino qualcuno.

Comunque io faccio il tifo per Lovino e Santamaria».

Recentemente ti ho ammirato ne La banda di Claudio Fragasso. Nel film hai un ruolo da cattivo. Che cosa hai pensato dopo aver letto il copione?

«Ho pensato: questo al cinema me lo andrei a vedere.

Nel frattempo mi era già salito un certo accento albanese…».

Nel film Luca interpreta un trafficante albanese.

«Fare un film con Fragasso è una cosa stupefacente. Grande feeling».

Dove sono state girate le numerose e spettacolari sequenze d’azione?

«Agli ex studi De Paolis».

Parlaci del making of del film che hai diretto tu…

«Ero io che giocavo con la telecamerina sul set e lui mi ha concesso il privilegio».

Che cosa pensi del risultato finale del film e qual è la tua opinione sui film di genere?

«Il film è una bomba.

Tutti i film sono di genere. Genere umano.

Sono solo belli o brutti, ma a volte anche quelli brutti sono belli.

Storia».

Il film è stato lanciato praticamente direttamente sul mercato VHS, senza un’adeguata anteprima cinematografica, nonostante il meritato premio ottenuto al Festival di Viareggio. Non ritieni che il cinema di genere italiano sia stato troppo penalizzato negli ultimi anni?

«Il cinema è morto. Deve essere stata l’esplosione della fiction…

Cioè, è morto il pubblico, il cuore delle persone è morto.

E questa continua penalizzazione del morto è inutile, poiché è morto.

Se facessimo finta di nulla, come se fosse vivo, allora non ci sarebbe problema.

Torno appena da Karlovy Vary, uno tra i festival più importanti del mondo, dove ero in concorso con il film L’italiano di Ennio De Dominicis, film anche quello, come Colpo di sole, con le musiche originali di Sergio Cammariere.

Tra l’altro era l’unico film italiano in concorso.

Beh, c’erano inviati e giornalisti da tutto il mondo, comprese le più grandi testate italiane, che non ci hanno fatto nemmeno un’intervista.

Capisci? I canadesi, gli iraniani ci intervistavano e l’Unità, la Repubblica, niente!

Neanche una domandina.

Evidentemente siamo tutti morti e l’intervista al morto è ridicola… In edicola».

Parliamo ora delle tue numerose esperienze teatrali. Raccontaci della tua prima volta sul palcoscenico…

«Non mi ricordo, non saprei. Sono numerose e confuse».

Com’è nata la lunga collaborazione con il regista teatrale Enrico Maria Lamanna?

«Non lo so, mi sembra di conoscerlo da sempre.

A un certo punto è apparso, si è materializzato, chiedendomi di fare uno spettacolo.

Io gli dissi di no, che lì serviva un genio, uno bravo, insomma.

Troppo tosto, troppo difficile.

Tre mesi dopo debuttammo al Todi Festival e le nostre vite cambiarono.

Fu uno tra i maggiori successi di critica del dopoguerra.

Lo riprendemmo poi a Roma per quasi tre mesi di repliche esaurite.

Le cinque rose di Jennifer.

Che spettacolo!».

** Le cinque rose di Jennifer ha fatto parlare molto, ottenendo riscontri positivi ovunque e in particolar modo grazie alla tua recitazione…**

«È Ruccello, l’autore, che è un genio».

In definitiva, quale delle rappresentazioni teatrali ti ha soddisfatto maggiormente?

«Spero di avere sempre sete.

Comunque, nel Mar del vino di Oddone Cappellino si sono sommate tutte le mie esperienze artistiche, credo.

Al Teatro Erba di Torino accadde qualcosa di molto particolare.

Merita un capitolo a parte!».

Parliamo della vita privata. Vista l’amicizia con il grande musicista Sergio Cammariere, immagino che tu sia un appassionato di musica colta. Qual è la tua colonna sonora ideale?

«Piazzolla».

Teatro, cinema e televisione: ordinali per preferenza…

«L’arte è una cosa che nasce attraverso la sofferenza e nei luoghi più strani».

Nella tua carriera ti sei cimentato anche come autore televisivo e doppiatore. Pregi e difetti di queste due attività?

«Il mondo è fatto dagli autori e il doppiaggio è la voce del mondo.

Ma noi in Italia abbiamo esagerato col doppiaggio, lo facciamo troppo e spesso con risultati eccellenti.

Questo, secondo me, sta falsando l’immaginario collettivo di una nazione».

Hai diretto videoclip e cortometraggi. A quando l’esordio da regista cinematografico?

«Mi appello al quinto emendamento. La risposta potrebbe incriminarmi».

Altra domanda molto complessa. Hai lavorato con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Claudia Cardinale, Alain Delon, Giuliano Gemma, Gigi Proietti… C’è qualche altro grande attore con il quale ti piacerebbe recitare?

«Peter Pan!».

Chiudiamo questa intervista anticipando ai lettori di Palcoscenico i tuoi prossimi impegni artistici…

«Le cinque rose di Jennifer, quest’inverno al Teatro Sala Umberto di Roma».

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