Chernobyl, i misteri della natura: cani dal DNA diverso, funghi che sfruttano le radiazioni e piante che assorbono la radioattività
Quarant’anni dopo il disastro nucleare, nella città fantasma di Pripyat e nei boschi che circondano la centrale la vita ha riconquistato il territorio. Ma alcune specie sembrano custodire segreti che potrebbero cambiare il nostro modo di comprendere la natura.
C’è un luogo nel mondo in cui gli alberi crescono tra i palazzi abbandonati, i lupi attraversano strade sulle quali non passano più automobili e centinaia di cani vivono nei pressi di una centrale nucleare che ha cambiato per sempre la storia dell’umanità. Un luogo dove persino alcuni funghi sembrano avere imparato a sfruttare ciò che per gli esseri umani rappresenta una minaccia mortale: le radiazioni.
È Chernobyl, in Ucraina, teatro del più grave incidente nucleare della storia, avvenuto il 26 aprile 1986. Quella notte, l’esplosione del reattore numero quattro liberò nell’atmosfera enormi quantità di materiale radioattivo, costringendo decine di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case.
Da allora sono trascorsi quarant’anni. La città di Pripyat, un tempo abitata da famiglie, bambini e lavoratori della centrale, è diventata una città fantasma. Le scuole sono vuote, i giocattoli sono rimasti negli edifici e la celebre ruota panoramica arrugginisce lentamente tra gli alberi.
Eppure, proprio dove la presenza umana si è drasticamente ridotta, la natura ha ripreso spazio. Non senza conseguenze, perché la contaminazione continua a rappresentare un pericolo e molte specie hanno subito danni. Ma tra gli organismi che vivono nella zona di esclusione sono emersi fenomeni straordinari.
I cani di Chernobyl: un DNA che nasconde ancora un mistero
Sono forse gli abitanti più commoventi di Chernobyl: i discendenti dei cani domestici rimasti nella regione dopo l’evacuazione. Generazione dopo generazione, questi animali hanno continuato a riprodursi e a vivere in un ambiente contaminato.
Ma c’è qualcosa di sorprendente nel loro patrimonio genetico.
Uno studio pubblicato nel 2023, condotto su 302 cani, ha scoperto che quelli che vivono nelle immediate vicinanze della centrale sono geneticamente differenti da quelli che abitano nella città di Chernobyl, distante appena sedici chilometri.
La scoperta ha aperto una domanda affascinante: l’ambiente radioattivo ha contribuito a modificare, nel corso delle generazioni, le caratteristiche di questi animali?
Le ricerche successive hanno reso il mistero ancora più interessante. Uno studio del 2024 non ha trovato prove che le differenze dipendano da un aumento delle mutazioni genetiche. Una ricerca pubblicata nel 2026 ha però individuato segnali compatibili con processi di selezione naturale, anche in regioni del DNA associate alla riparazione dei danni cellulari e alle difese dell’organismo.
Non significa che siano diventati immuni alle radiazioni. Significa che la loro storia evolutiva potrebbe raccontarci qualcosa di nuovo sulla capacità degli esseri viventi di affrontare ambienti estremi.
I funghi neri che sembrano nutrirsi delle radiazioni
È una delle scoperte più incredibili compiute a Chernobyl. All’interno delle strutture che racchiudevano il reattore distrutto, gli scienziati hanno individuato numerose specie di funghi, alcune capaci di prosperare in ambienti fortemente radioattivi.
Tra queste c’è il Cladosporium sphaerospermum, un fungo scuro che contiene grandi quantità di melanina, lo stesso pigmento che contribuisce a determinare il colore della nostra pelle.
Ma la melanina, in questi organismi, potrebbe avere una funzione ancora più sorprendente.
Alcuni esperimenti hanno dimostrato che l’esposizione alle radiazioni può favorire la crescita di determinati funghi pigmentati. I ricercatori hanno ipotizzato che la melanina possa contribuire a trasformare parte dell’energia delle radiazioni in energia utilizzabile nei processi biologici.
Il fenomeno è stato accostato, con le dovute differenze, alla fotosintesi delle piante. Non è però dimostrato che questi funghi possano vivere esclusivamente di radiazioni.
La scoperta ha suscitato interesse anche per le esplorazioni spaziali: organismi simili potrebbero un giorno contribuire allo sviluppo di materiali biologici capaci di proteggere gli astronauti dalle radiazioni cosmiche.
Una forma di vita che non si limita a sopportare un ambiente ostile, ma potrebbe riuscire a trarne un vantaggio.
Le piante che assorbono la radioattività: il segreto dei girasoli
Se i funghi di Chernobyl sorprendono per la loro resistenza, alcune piante hanno attirato l’attenzione degli scienziati per un’altra capacità: assorbire sostanze contaminanti dall’ambiente.
Tra gli esempi più conosciuti ci sono i girasoli, utilizzati in esperimenti di bonifica delle acque contaminate nella regione di Chernobyl.
Le loro radici possono trattenere alcuni radionuclidi, tra cui isotopi radioattivi dello stronzio e del cesio. Questa tecnica, chiamata fitodepurazione, sfrutta le capacità naturali delle piante per contribuire a rimuovere contaminanti dall’acqua o dal terreno.
Non significa, naturalmente, che un campo di girasoli possa cancellare le conseguenze di un incidente nucleare. Le sostanze radioattive non vengono distrutte: si accumulano nei tessuti vegetali, che devono poi essere raccolti e smaltiti in sicurezza.
Anche altre specie, come alcune varietà di salice e pioppo, vengono studiate per il loro possibile impiego nella bonifica ambientale.
E per quanto riguarda l’aria? Gli alberi e la vegetazione possono intercettare polveri e particelle, ma non neutralizzano magicamente la radioattività. Anzi, le sostanze contaminate possono entrare nella vegetazione e successivamente ritornare nell’ambiente, per esempio attraverso gli incendi.
La natura, insomma, può offrire strumenti preziosi per riparare almeno in parte i danni provocati dall’uomo, ma non può far sparire la contaminazione.
Le rane diventate nere: una trasformazione sorprendente
Normalmente sono verdi, piccole e perfettamente mimetizzate tra le foglie. Ma alcune raganelle che vivono nella zona di Chernobyl hanno assunto una colorazione molto più scura, talvolta quasi nera.
Il fenomeno è stato documentato da una ricerca pubblicata nel 2022 sulla rivista scientifica Evolutionary Applications.
Gli studiosi hanno scoperto che le rane provenienti dalle aree maggiormente contaminate al momento dell’incidente tendevano ad avere una pelle più scura rispetto a quelle che vivevano fuori dalla zona di esclusione.
La possibile spiegazione è proprio la melanina.
Questo pigmento può contribuire a proteggere le cellule da alcuni danni provocati dalle radiazioni. Gli individui naturalmente più scuri potrebbero quindi avere avuto maggiori probabilità di sopravvivere e riprodursi dopo il disastro, trasmettendo questa caratteristica alle generazioni successive.
Non si tratterebbe di una trasformazione improvvisa, ma di un possibile esempio di selezione naturale accelerata da condizioni ambientali estreme.
Un piccolo anfibio che, con il colore della propria pelle, potrebbe raccontare quarant’anni di evoluzione.
I lupi di Chernobyl: il mistero delle difese immunitarie
Tra le rovine e le foreste di Chernobyl si aggirano anche numerosi lupi. La loro presenza non è una novità, ma è la quantità di animali a sorprendere gli studiosi.
Secondo alcune ricerche, nella zona di esclusione la densità dei lupi è molto superiore a quella registrata in diverse aree protette circostanti.
E c’è un altro particolare interessante.
Uno studio scientifico pubblicato nell’aprile 2026 ha individuato nei lupi di Chernobyl alterazioni dell’attività di alcuni geni e dei meccanismi immunitari coinvolti anche nella risposta ai danni cellulari.
Si tratta di risultati che potrebbero aiutare a comprendere come l’esposizione cronica alle radiazioni influenzi le difese dell’organismo.
Non è dimostrato, però, che questi lupi siano diventati resistenti al cancro, come suggeriscono alcune interpretazioni sensazionalistiche circolate negli ultimi anni.
Il vero enigma è comprendere quanto della loro sopravvivenza dipenda da possibili adattamenti biologici e quanto, invece, dalla quasi totale assenza dell’uomo. Niente caccia diffusa, meno strade trafficate, meno attività industriali e maggiori spazi a disposizione.
Un ambiente pericoloso per la radioattività, ma per certi aspetti più favorevole alla fauna selvatica rispetto a territori apparentemente incontaminati.
I minuscoli vermi che sembrano non portare traccia delle radiazioni
C’è poi una scoperta che riguarda creature quasi invisibili.
Nel 2024 alcuni ricercatori hanno studiato minuscoli vermi nematodi raccolti in diverse aree di Chernobyl, confrontando esemplari provenienti da zone con livelli differenti di contaminazione.
Il risultato è stato inatteso: gli scienziati non hanno trovato una relazione sistematica tra l’esposizione ambientale alle radiazioni e i cambiamenti rilevabili nel loro genoma.
Questo non significa che i vermi siano immuni o che le radiazioni siano innocue. Ma suggerisce che gli effetti biologici dell’esposizione possano essere molto più complessi di quanto si immaginasse.
Studiare questi piccoli organismi potrebbe contribuire a comprendere perché alcuni esseri viventi siano più vulnerabili di altri ai danni genetici.
Il ritorno dei cavalli selvatici e degli animali scomparsi
Chernobyl è diventata anche un rifugio inatteso per numerosi animali selvatici.
Tra i più affascinanti ci sono i cavalli di Przewalski, una rara specie di cavallo selvatico originaria dell’Asia centrale, introdotta nella zona di esclusione alla fine degli anni Novanta nell’ambito di un progetto di conservazione.
Oggi questi cavalli vivono e si riproducono in un territorio dove un tempo sorgevano villaggi, fattorie e strade frequentate dagli esseri umani.
Accanto a loro sono stati osservati bisonti europei, alci, cervi, cinghiali, castori, volpi, tassi e numerose specie di uccelli.
Le fototrappole hanno documentato una presenza faunistica sorprendente, trasformando l’area in un caso di studio ecologico unico.
Non è un paradiso incontaminato: gli effetti delle radiazioni persistono e variano da zona a zona. Ma la ricomparsa di tanti animali dimostra quanto profondamente l’attività umana possa condizionare gli ecosistemi.
Il mistero più grande: chi è davvero il nemico della natura?
A quarant’anni dall’esplosione, Chernobyl continua a custodire domande alle quali la scienza non ha ancora trovato risposte definitive.
Perché alcune popolazioni animali mostrano caratteristiche genetiche differenti? Come riescono determinati funghi a prosperare in luoghi altamente radioattivi? Fino a che punto le piante possono contribuire alla bonifica dei territori contaminati? E quali meccanismi permettono ad alcuni organismi di sopravvivere dove altri soccombono?
La risposta non è che la natura abbia sconfitto le radiazioni. Gli effetti dell’incidente restano profondi e la contaminazione continuerà a rappresentare un problema per molto tempo.
Eppure, tra le case vuote di Pripyat, nelle foreste che avanzano sull’asfalto e nei laboratori che studiano il DNA degli animali, emerge una storia che nessuno avrebbe immaginato nel 1986.
L’uomo ha abbandonato Chernobyl perché quel territorio era diventato troppo pericoloso. La natura, invece, non ha mai smesso di cercare un modo per continuare a vivere.
I salici di Chernobyl: gli alberi che aiutano a trattenere la radioattività
A Chernobyl anche gli alberi possono diventare preziosi alleati contro l’inquinamento radioattivo. Tra le specie studiate ci sono i salici, piante dalla crescita rapida e dalle radici capaci di assorbire acqua e alcune sostanze contaminanti presenti nel terreno. Il loro impiego rientra nella fitodepurazione, una tecnica che sfrutta le proprietà naturali della vegetazione per contribuire alla bonifica ambientale. Ma i salici possono svolgere anche un’altra funzione: le loro radici aiutano a stabilizzare il suolo, limitando l’erosione e la dispersione delle polveri contaminate, che potrebbero essere trasportate dal vento. Non eliminano la radioattività, ma possono contribuire a contenerne la diffusione. E c’è un particolare importante: quando assorbono sostanze radioattive, queste possono accumularsi nei loro tessuti, rendendo necessaria una gestione controllata della vegetazione. Un esempio di come la natura possa aiutare l’uomo a riparare, almeno in parte, i danni che lui stesso ha provocato.