L’AMORE PROBABILMENTE, UNA POESIA TRA VERITÀ E FINZIONE

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Sonia Bergamasco, Rosalinda Celentano e Fabrizio Gifuni sono i protagonisti del nuovo film di Giuseppe Bertolucci, un’opera intensa e originale che esplora i confini tra amore, menzogna e recitazione. Un viaggio nei sentimenti che sorprende, disorienta e, soprattutto, emoziona.

Qualche settimana fa una persona di mia e vostra conoscenza, Raffaella Ponzo, mi ha segnalato un film: L’amore probabilmente, di Giuseppe Bertolucci.

E visto che alle donne non si può dire di no, sono riuscito a procurarmi la videocassetta e ho appena finito di vedere il film in questione.

Ebbene, dopo la visione, la prima parola che mi viene in mente, quella che meglio riesce a riassumere le sensazioni che mi ha lasciato, è una sola: poesia.

Sì, perché L’amore probabilmente è una bella, dolce e, a tratti, dolorosa poesia cinematografica. Un film che non si limita a raccontare una storia d’amore, ma cerca di capire che cosa significhi amare davvero, quanto sia difficile essere sinceri con gli altri e, soprattutto, con se stessi.

Presentato alla 58ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Cinema del presente, il film vede protagonista la bravissima Sonia Bergamasco, affiancata da Rosalinda Celentano e Fabrizio Gifuni.

La storia ruota attorno a Sofia, una giovane aspirante attrice che frequenta una scuola di recitazione insieme all’amica Chiara. Entrambe stanno imparando un mestiere affascinante e complicato, nel quale bisogna sapersi trasformare, entrare nei panni di un’altra persona e rendere credibili emozioni che, almeno apparentemente, non ci appartengono.

Ma che cosa accade quando gli insegnamenti del teatro cominciano a invadere la vita quotidiana?

È proprio da questa domanda che prende forma il film.

Durante una lezione, Mariangela Melato, che interpreta se stessa nel ruolo di insegnante, spiega alle allieve quanto sia importante saper fingere. Recitare significa anche mentire, costruire un’altra realtà, convincere gli altri della verità di qualcosa che nasce dall’immaginazione.

Sofia prende quelle parole alla lettera e decide di applicarle anche fuori dalla scuola. Comincia così a mentire, a inventare situazioni e a comportarsi come se la vita fosse un palcoscenico sul quale interpretare continuamente una parte.

Ma la menzogna, si sa, è un gioco pericoloso. E quando Sofia scopre che il suo fidanzato Cesare, interpretato da Fabrizio Gifuni, ha una relazione con la sua amica Chiara, il confine tra finzione e realtà diventa improvvisamente doloroso.

La ragazza si ritrova a fare i conti con una verità che non avrebbe mai voluto conoscere. E proprio lei, che aveva scelto di sperimentare la bugia, scopre quanto possa ferire essere ingannati.

Sconvolta, decide di allontanarsi e sale su un treno diretto in Svizzera. Durante il viaggio legge un’intervista a Stefania Sandrelli, nella quale l’attrice sostiene una concezione della recitazione apparentemente opposta a quella di Mariangela Melato: per essere autentici davanti alla macchina da presa bisogna partire dalla verità di se stessi.

Sofia cambia allora atteggiamento. Dopo avere sperimentato la menzogna, vuole provare a essere completamente sincera.

Ma anche la verità, quando viene inseguita senza misura, può rivelarsi complicata. E così il suo viaggio continua, tra incontri, esperienze e nuove domande.

Il film si sviluppa attraverso tre momenti fondamentali: la menzogna, la verità e l’illusione. Tre dimensioni che si intrecciano continuamente, proprio come accade nella vita, dove raramente i sentimenti sono chiari e le persone riescono a mostrarsi esattamente per ciò che sono.

È qui che Giuseppe Bertolucci dimostra tutta la propria sensibilità.

Il regista non costruisce una normale storia sentimentale, con un inizio, uno sviluppo e una conclusione facilmente prevedibili. Preferisce accompagnarci dentro la mente della protagonista, seguendo i suoi dubbi e le sue contraddizioni.

A volte sembra di assistere a una rappresentazione teatrale, altre volte a un racconto intimo, quasi a una confessione. Poi, improvvisamente, la narrazione cambia direzione e ci ritroviamo a chiederci quanto di ciò che abbiamo visto appartenga alla realtà e quanto sia invece frutto dell’immaginazione.

È un cinema che chiede allo spettatore di partecipare, di interrogarsi, di lasciarsi trasportare senza pretendere necessariamente una spiegazione per ogni immagine.

E questa, a mio avviso, è una delle qualità più interessanti del film.

La regia alterna momenti di grande intensità emotiva a passaggi più sperimentali. Le riprese in digitale, il montaggio e il continuo intrecciarsi tra prove di recitazione e vicende personali contribuiscono a creare un’atmosfera particolare, nella quale anche lo spettatore finisce per perdere i propri punti di riferimento.

Non è certamente un film costruito per conquistare il pubblico attraverso colpi di scena spettacolari o facili sentimentalismi. È piuttosto un’opera che procede per suggestioni, dialoghi, silenzi e immagini.

E proprio per questo riesce, in diversi momenti, a essere profondamente emozionante.

Sonia Bergamasco è straordinaria.

La sua Sofia è fragile e determinata, ingenua e inquieta, capace di passare dalla leggerezza alla sofferenza nel giro di pochi istanti. L’attrice riesce a rendere credibili le trasformazioni del personaggio senza perdere quella naturalezza che lo rende così vicino allo spettatore.

È un’interpretazione difficile, perché Sofia non è soltanto una giovane donna alle prese con una delusione amorosa: è anche un’aspirante attrice che cerca di capire chi sia davvero, mentre impara a diventare qualcun altro.

Bergamasco affronta questa complessità con una sensibilità notevole, dimostrando di possedere una presenza scenica capace di sostenere da sola gran parte del film.

Molto interessante anche Rosalinda Celentano, che interpreta Chiara, l’amica della protagonista. Il suo personaggio rappresenta uno degli elementi più dolorosi della vicenda: è una figura vicina a Sofia, ma allo stesso tempo partecipe del tradimento che mette in crisi tutte le sue certezze.

La Celentano possiede una presenza particolare, quasi enigmatica, che ben si adatta all’atmosfera del film.

Fabrizio Gifuni, nei panni di Cesare, completa il triangolo sentimentale. Il suo personaggio è al centro di un rapporto nel quale desiderio, affetto e inganno si mescolano, mettendo in evidenza quanto possano essere contraddittori i comportamenti umani.

E poi ci sono le grandi attrici che accompagnano idealmente il percorso di Sofia: Mariangela Melato, Stefania Sandrelli e Alida Valli.

Tre figure importanti del nostro cinema, tre modi diversi di avvicinarsi alla recitazione e, simbolicamente, tre possibili risposte alla domanda che attraversa tutta la pellicola: che cosa significa essere veri?

La loro presenza aggiunge al film una dimensione quasi filosofica, trasformando la vicenda sentimentale in una riflessione sul rapporto tra l’attore e il personaggio, tra l’individuo e le maschere che indossa ogni giorno.

Perché, in fondo, non recitiamo forse tutti qualche volta?

Quando nascondiamo un sentimento per paura di soffrire, quando fingiamo indifferenza davanti a una persona che amiamo, quando raccontiamo una piccola bugia per proteggerci o per proteggere qualcun altro, non stiamo forse interpretando una parte?

È questa la domanda che mi è rimasta dentro dopo avere visto L’amore probabilmente.

Il titolo stesso sembra suggerire un’incertezza. Non L’amore, semplicemente, ma L’amore probabilmente. Come se anche il sentimento più intenso fosse qualcosa di difficile da definire, da riconoscere e, soprattutto, da distinguere dalle nostre illusioni.

Naturalmente, bisogna accettare il linguaggio scelto dal regista. Alcuni passaggi possono apparire complessi, il ritmo non è sempre immediato e chi cerca una tradizionale storia romantica potrebbe rimanere spiazzato.

Ma sarebbe un errore giudicare questo film soltanto attraverso le regole del cinema più convenzionale.

Giuseppe Bertolucci cerca un’altra strada, più personale e sperimentale, nella quale il racconto diventa anche una riflessione sul cinema stesso.

E se qualche volta la costruzione narrativa sembra prendere il sopravvento sull’emozione, ci sono immagini e interpretazioni che riescono a restituire al film tutta la sua forza poetica.

Alla fine, ciò che rimane non è tanto la vicenda di un tradimento, quanto il percorso di una giovane donna che cerca di conoscere se stessa attraverso gli errori, le delusioni e le illusioni.

E rimane soprattutto quella sensazione difficile da spiegare che soltanto certi film riescono a regalare: avere assistito a qualcosa di insolito, forse imperfetto, ma profondamente sincero nella sua ricerca di emozioni.

Per questo torno alla parola con la quale ho cominciato.

Poesia.

L’amore probabilmente è una poesia fatta di immagini, volti, parole e silenzi. Una poesia che non pretende di dare risposte definitive, ma invita a guardare i sentimenti da una prospettiva diversa.

E allora grazie a Raffaella Ponzo per avermelo segnalato.

CONSIGLIATO!

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