DAY BY DAY, QUATTRO VOLTI DELLA TV SI RACCONTANO: TRA CINEMA, TEATRO E TELEPROMOZIONI
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Eric Alexander, Silvia Baldo, Andrea Castoldi e Mattia Silvani raccontano i loro esordi, le esperienze accanto ai grandi protagonisti dello spettacolo e i progetti futuri. Quattro percorsi diversi, uniti dalla passione per il mondo della televisione.
Di Luca Cirillo
Li vediamo sul piccolo schermo, spesso protagonisti di quelle telepromozioni che assomigliano sempre più a piccoli film, costruiti con sceneggiature, battute e situazioni divertenti. Ma dietro i loro volti si nascondono percorsi artistici molto diversi, che attraversano il teatro, il cinema, la fiction e persino il doppiaggio.
Sono Eric Alexander, Silvia Baldo, Andrea Castoldi e Mattia Silvani, quattro giovani professionisti dello spettacolo che hanno deciso di raccontarsi ai lettori di Palcoscenico, ripercorrendo gli inizi delle rispettive carriere, gli incontri più importanti e le esperienze che li hanno fatti crescere.
C’è chi ha studiato recitazione tra l’Italia e gli Stati Uniti, chi ha cominciato giovanissima davanti alla macchina da presa, chi ha lavorato con alcuni dei nomi più popolari del cinema e della televisione italiana e chi affianca allo spettacolo una professione completamente diversa.
Ne emergono quattro personalità, tra ambizioni, ricordi, curiosità e una buona dose di ironia.
ERIC ALEXANDER

Ciao Eric, benvenuto su Palcoscenico. Dai subito un profilo di te ai lettori del nostro portale.
«Un ragazzo che ama quello che fa, che fatica molto, nonostante sia ben conscio che recitare è meglio che lavorare!».
La tua formazione è ricca di importanti traguardi artistici, cosa piuttosto rara nei giovani attori nostrani. Parlaci dell’esperienza di studio all’Accademia dei Filodrammatici di Milano.
«Ero tornato da poco dagli Stati Uniti, dove ero stato per più di un anno, e l’amore per lo spettacolo è nato lì. Ho fatto parte di diversi musical, sempre in piccole parti, e tornando in Italia ho fatto i provini all’Accademia. Mi hanno preso.
È stata un’esperienza unica, di intenso lavoro: recitazione, dizione, canto, corpo, voce, cultura teatrale, trucco, costume e molto altro. Ero il più piccolo del corso e raggiungere la maturità che gli altri avevano già non è stato facile. Ma gli sforzi hanno fatto sì che superassi i vari esami e alla fine mi diplomassi».
Leggendo la tua biografia, ho notato numerose esperienze negli Stati Uniti prima del debutto in Italia. Quando è nata la scelta di specializzarti negli States?
«Per caso, almeno all’inizio. Mio papà è sudafricano e così sono sempre stato in contatto con la cultura anglofona. Avendo avuto le prime esperienze nel campo artistico lì, mi sono sempre sentito attratto dall’aura magica che hanno New York o Los Angeles e dai corsi o seminari che organizzano».
Quali erano i tuoi modelli attoriali prima di iniziare questa professione?
«Marcello Mastroianni, Giorgio Albertazzi e mia zia Mariagrazia Santarone, attrice teatrale».
Tre film che bisogna aver visto almeno una volta.
«Tootsie di Sydney Pollack, Full Monty di Peter Cattaneo e tutti i film di Muccino. È il miglior regalo che abbia avuto la cinematografia italiana negli ultimi trent’anni».
Dal 1994 hai partecipato a numerosi spettacoli teatrali di grande successo. Raccontaci le sensazioni prima del tuo debutto ufficiale.
«Negli spettacoli più piccoli che ho fatto prima, la tensione era più forte. Un po’ perché dovevo ancora abituarmici e un po’ perché avvenivano sempre in piccoli teatrini, dove il pubblico non era una massa informe come al Nazionale di Milano o al Sistina di Roma, ma riuscivi a vedere i tuoi parenti. E questo mi innervosiva più che essere visto da Franco Quadri!».
C’è uno spettacolo in particolare che ti ha lasciato qualcosa in più?
«Cyrano de Bergerac è una delle pièce teatrali più belle mai scritte e mi è piaciuto interpretare Cristiano. L’ho fatto in due produzioni diverse, con D’Elia e con Brambilla: due edizioni veramente belle.
Poi ricordo con piacere il saggio dell’Accademia, La Giuditta di Carlo Terron, dove interpretavo Arden, un personaggio fantastico.
Adesso che mi ci hai fatto pensare, nominerei quasi tutti gli spettacoli che ho fatto. Sono legato a tutti, o meglio, a quasi tutti…».
Arriviamo a L’angelo azzurro, un nome che è una garanzia. Parlaci del tuo rapporto con il grande Giorgio Albertazzi.
«Be’, è un mostro sacro. Potrebbe essere il Jack Nicholson europeo, chissà perché non lo è stato… Caratterialmente non è molto facile, ma se lo conosci poco lo adori!».
Albertazzi è noto per essere molto severo nella direzione degli attori. Come si è sviluppato il lavoro di regia per L’angelo azzurro?
«Non è stata una delle sue migliori regie, ma ho imparato molto da lui. Ogni sera mi sedevo dietro le quinte e lo osservavo lavorare: è un attore eccelso!».
Arriviamo al piccolo schermo e parliamo di una fiction deliziosa, interpretata da due mostri sacri dello spettacolo italiano, Johnny Dorelli e Loretta Goggi. Come sei approdato a questa serie televisiva?
«Con i provini, come sempre! È stato divertente. Lavorando con la Goggi mi sono accorto che è anche un’ottima attrice e Dorelli riusciva a essere un grande anche se gli veniva suggerito tutto con l’auricolare!».
Quali consigli hai ricevuto da questi due grandi professionisti?
«È raro che i grandi diano consigli, almeno buoni consigli. Bisogna rubare, è il solo modo!».
Nel 1999 hai diretto un cortometraggio intitolato Why Caged Birds Sing, affrontando il difficile tema dei cutter, cioè delle persone che si procurano volontariamente dei tagli. Perché hai scelto proprio questa storia per il tuo esordio da regista?
«All’epoca nessuno parlava di automutilazione e mi sono interessato al tema grazie ai suggerimenti di un’amica di mia madre, Enrichetta Buchli, psicologa junghiana, che è poi diventata la coautrice del corto.
Ho studiato molto e il film è davvero bello. Sono molto affezionato a quella storia, girata a Central Park».
Recentemente hai diretto un’altra bravissima protagonista del teatro e della televisione italiana, Ottavia Piccolo. Ho letto che questo cortometraggio è stato realizzato con un budget molto ridotto e che anche una grande attrice come lei ha lavorato gratuitamente.
«Sì, ha creduto nella commedia che ho scritto e si è appassionata. Il corto è andato molto bene: abbiamo già vinto sei premi e ho firmato con una distribuzione romana, la CreaFilms».
Facciamo un piccolo salto indietro. Raccontaci della tua partecipazione a Sabrina, con la produzione Disney.
«Un’esperienza ludica divertentissima! Ho girato per un mese con la mega produzione e il cast artistico e tecnico era fantastico.
Mi hanno richiamato dopo qualche mese a Los Angeles per ridoppiarmi e gli attori mi hanno scarrozzato per la città dei balocchi per dieci giorni!».
C’è un ruolo che ti piacerebbe interpretare e che finora non ti è stato offerto?
«Il prossimo, sempre».
Come è nato il rapporto con Dolce & Gabbana per il telefilm-fotoromanzo & Confidential?
«Hanno visto delle mie foto e mi hanno chiesto se volevo farlo. Mi piaceva l’idea di ricreare quel sapore retrò dei Grand Hotel, però via Internet».
È vero che si pensa già a un seguito?
«Sì, ma probabilmente verrà interpretato da tutte donne, anche nei ruoli maschili. Sai com’è, sono le evoluzioni creative di Dolce e Gabbana».
Il tuo curriculum da doppiatore e voce per spot pubblicitari è vastissimo. Ricordi il tuo primo turno di doppiaggio?
«Sì, una scena di sesso: è stata un’esperienza traumatica!».
Quali sono i tuoi impegni attuali?
«A parte gli accordi con Mediaset, continuo a doppiare film e telefilm e ho appena ultimato di scrivere un lungometraggio: una commedia».
Cinema, teatro, televisione, doppiaggio, radio: Eric Alexander è un artista poliedrico. Metti in ordine di preferenza queste tue tante attività.
«Mi piace fare tutte queste cose insieme. Si autoalimentano, mi divertono e mi coprono di soldi!».
Questa intervista avviene via email. Qual è il tuo rapporto con Internet?
«Lo uso spesso per lavoro, per delle ricerche, anche se odio le schermate troppo lunghe. Capirai adesso il perché della brevità delle mie risposte».
Bene Eric, siamo arrivati ai saluti finali. Lascia un messaggio ai navigatori e anticipaci i tuoi progetti futuri.
«Un virtuale abbraccio a tutti. Ci vedremo presto, magari nelle sale, se troverò mai qualcuno che produca il mio film».
SILVIA BALDO

Sei giovanissima, eppure hai già un notevole trascorso televisivo. Ricordi la tua primissima esperienza?
«Certo, non potrei mai dimenticarla. Per prima cosa, essendo timida, ho impiegato un anno prima di essere scelta per uno spot pubblicitario.
I miei primi due lavori sono arrivati all’età di tredici anni. Il primo spot, La Cremeria Motta, è stato realizzato dal geniale Nanni Loy. Il secondo, invece, è stato la mia ossessione.
Vi ricordate lo spot “Vuole fare la modella?”. Ecco, la modella ero io!
Mi ricordo che ero intimorita dall’avere tante persone intorno, ma sono stati tutti adorabili. Scherzavamo di continuo e io, durante le pause, li obbligavo a giocare a nascondino in giro per il teatro.
Abbiamo lavorato due giorni per quello spot, che poi è diventato un tormentone. Tutti mi fermavano per strada o mi guardavano dicendo: “Ma quella lì è…”.
Mi ricordo che non sapevo cosa dire, ma soprattutto morivo di vergogna!».
Parlaci della tua esperienza a Buona Domenica.
«Mediaset mi ha chiamato per un casting dopo quella pubblicità e così, dopo tre giorni di selezioni, ho scoperto di essere entrata nel corpo di ballo di Buona Domenica. Evviva!
Ho un ricordo fantastico di quel periodo. Si lavorava tanto, ma c’era una troupe formidabile. Eravamo un gruppo affiatato, tutti sotto la direzione del mitico Beppe Recchia, che mi controllava come una figlia e mi diceva: “Non andare là, non parlare con gli estranei”, e così via.
Non ho mai dimenticato i suoi consigli e ora che di tempo ne è passato rimpiango un po’ quella protezione.
Facevamo delle enormi salamate durante le pause delle prove, con tavoli pieni di affettati e formaggi. Insomma, era fantastico!
Ammetto che è stato anche faticoso studiare e lavorare, ma è stata la migliore scuola di vita, un approccio vero con il mondo del lavoro, con contratti da rispettare e regole ben precise.
Da loro ho imparato quelle che per me sono regole fondamentali: umiltà, responsabilità, professionalità e tanto studio.
Se potessi tornare indietro, è l’esperienza che di certo rifarei».
Dal 1993 fino a oggi sei stata presente in numerosi spot televisivi e televendite. Raccontaci qualche aneddoto dei backstage di questi set.
«Di aneddoti ne ho tantissimi, soprattutto con i ragazzi. Quello che però mi ha cambiato la vita riguarda Nanni Loy.
Dovevamo girare e, a un certo punto, lui si arrabbia con la produzione e se ne va. Io gli sono corsa dietro e lui mi ha spiegato che teneva molto al lavoro che faceva e voleva realizzarlo, come tutto quello che aveva sempre fatto, secondo le proprie idee.
Non erano passati neanche due minuti che la produzione è venuta a scusarsi.
La pubblicità è piaciuta così tanto al pubblico che hanno mantenuto lo stesso filone per altri dieci spot.
Quel giorno ho deciso che volevo diventare regista e, quando ho compiuto quattordici anni, invece di iscrivermi alle magistrali, ho scelto un istituto tecnico specializzato in comunicazioni visive, dove mi sono diplomata specializzandomi nel cinema».
Nel 1998 hai partecipato a Miss Italia. Come giudichi questa avventura?
«Carina, ma sinceramente, a parte le risate con mia mamma e mia sorella maggiore, non è stato come mi aspettavo».
In Geduppa e Day by Day, su Italia 1, ti sei calata nel ruolo di presentatrice. Come ti sei trovata? Quali sono i tuoi modelli?
«Avevo già lavorato sia come attrice sia come presentatrice, quindi non è stata una novità.
La novità sono stati gli ascolti: due milioni di telespettatori! E soprattutto i miei fantastici colleghi.
Sono la mia gioia. Lavorare con loro è formidabile, divertentissimo. Siamo molto amici, usciamo spesso insieme, ci raccontiamo le nostre vite, ci teniamo in contatto telefonico per ogni cosa e ci prendiamo in giro dalla mattina alla sera.
C’è da dire che abbiamo anche una troupe e delle persone che ci seguono sempre e che sono veramente speciali.
I miei modelli di presentatrici sono due: Alessia Marcuzzi e Simona Ventura. Due donne non solo belle, ma anche divertenti, intelligenti, umili e soprattutto autoironiche.
Insomma, due presentatrici che sanno tenere testa alle situazioni, che puntano sul cervello e non soltanto sul fisico o sulla chirurgia plastica.
In conclusione, due donne con la D maiuscola».
Ormai le televendite diventano sempre più dei mini-film, nei quali, oltre all’abilità nel reclamizzare un prodotto, bisogna necessariamente dimostrare capacità attoriali. Da una star del settore come te vogliamo sapere se in futuro ci saranno partecipazioni nel mondo del cinema o della fiction.
«Sai, io sono molto autocritica e, se non mi sento pronta al cento per cento, non mi butto.
E poi ci sono già troppe persone che dicono di saper recitare quando non lo sanno fare!
Io tengo molto ad arrivare preparata ai grandi appuntamenti. Fino a qualche tempo fa non mi sentivo pronta. Adesso, con calma, sto prendendo un agente a Roma e inizierò a fare dei casting.
Appena farò qualcosa, con mia grande gioia ve lo dirò subito».
ANDREA CASTOLDI

Ripercorriamo le tue esperienze artistiche iniziando dal cinema. Raccontaci la tua partecipazione a Mondi sotterranei e Il compleanno di Lorenzo.
«Potenzialmente Mondi sotterranei poteva essere un’ottima idea. Si pensava di realizzare più puntate in giro per l’Italia, con lo scopo di raccontare la storia delle città italiane e proiettare i film nelle scuole, a mo’ di documentario, ma in modo decisamente più fresco e leggero.
Con storie d’amore e di amicizia, insomma, come una vera e propria fiction.
Nel corto di Andrea Serafini, invece, la mia è stata un’apparizione e un’esperienza al tempo stesso nuova e divertente».
Con Vacanze di Natale 2000 approdi al cinema popolare, diretto da un maestro del genere. Ricordaci il tuo ruolo.
«Marco Colombo, figlio di Massimo Boldi e fidanzato “schiavo” della bella Micaela Ramazzotti…».
Hai ricevuto consigli da Vanzina e dai navigati protagonisti del film?
«No, nessun consiglio professionale. Ma ricordo invece un consiglio di vita che mi diede Massimo Boldi lontano dal set. È una splendida persona, legata ai valori che contano veramente».
In televisione sei presente in Via Zanardi 33 e Cuori rubati, due fiction di notevole successo. Quanto ti è servito partecipare a queste produzioni e che cosa ricordi con più piacere?
«Quando finisco di girare saluto tutti, finisco sotto la doccia nell’albergo di passaggio e mi chiedo ogni volta che cosa penso di aver imparato dalla giornata che sta finendo.
Be’, la risposta è sempre la stessa: boh!
Ma qualche tempo dopo, su un set diverso, capisci di sapere una cosa in più. Insomma, così ti rendi conto di non aver buttato via del tempo.
Per quanto riguarda la cosa che ricordo con più piacere… è capitata nel mio camerino sul set di Via Zanardi 33. Ma sono sicuro che non vi interessa…».
Come mai, secondo te, Via Zanardi 33, che da molti fu definito il Friends italiano, non ha avuto un seguito?
«Non ha mai avuto una collocazione tale da poter catturare una buona fetta di spettatori. È stato trattato un po’ come un flipper tratta le proprie biglie…».
Arriviamo a Casa famiglia, il serial con Massimo Dapporto che è in onda in questi giorni. Descrivici il tuo personaggio.
«È un giovane ragazzo, Mario Fresi, che sta per terminare il servizio civile.
Quando gli mancano ormai pochi giorni per concludere il suo impiego, incontra un ragazzo, interpretato da Ettore Bassi, che lo accompagna in questa casa famiglia.
Mario conosce così Don Marco, interpretato da Massimo Dapporto, e dopo qualche giorno comincia la sua collaborazione nel “convento”, lavorando come giardiniere.
Fino a quando…».
Immagino l’emozione nel lavorare con un grande attore come Dapporto.
«La sera prima passi uno stupidissimo mercoledì d’inverno davanti alla televisione e, cambiando continuamente canale, finisci proprio per vedere una sua fiction.
La mattina dopo te lo ritrovi davanti, mentre calpesta la stessa aiuola nel convento.
L’impatto è più che altro divertente!».
Quanto ti è servita la provenienza classica, ovvero la formazione al Teatro Officina di Milano, nell’affrontare queste esperienze?
«Non molto. Penso che sia più importante buttarsi nella mischia e cominciare in qualche modo a lavorare davanti a una cinepresa.
Credo che si possa imparare qualcosa anche facendo la comparsa in qualche spot televisivo o film.
L’importante è rubare il mestiere e non pensare di fare la figurazione soltanto per portarsi a casa dei soldi e poter andare fuori a cena la sera dopo».
Anche negli spot televisivi hai saputo scegliere: TIM e Clear, quest’ultimo diretto dal grande Daniele Luchetti.
«Ho superato due provini prima di lavorare con Daniele. Penso che il mio vantaggio sia stato decisamente il fatto di non aver avuto il tempo di studiare il copione.
È sembrato tutto più spontaneo e credibile. Penso».
Dicci tre registi con i quali ti piacerebbe lavorare e tre film che ti hanno cambiato la vita.
«Se ti dico il nome di tre registi soltanto, finisco per passare il resto dei miei giorni seduto in poltrona… a guardarmi le videocassette di Son contento di Francesco Nuti, La leggenda del re pescatore e Barfly di Barbet Schroeder».
Chiudiamo anche con te parlando dell’attuale esperienza nelle telepromozioni televisive e anticipando agli amici di Palcoscenico i tuoi prossimi progetti.
«È fantastico tirarsi su dal letto sapendo di dover lavorare con un gruppo di persone fantastiche, con le quali divertirsi e impegnarsi, cercando di dare un po’ di colore e freschezza alle telepromozioni.
La nostra particolarità è quella di studiare le battute evitando di usare il gobbo!
Tra i miei progetti c’è la produzione di un corto, Pensavo che….
Ciao a tutti!».
MATTIA SILVANI

Parlaci dell’esperienza nelle telepromozioni. Com’è il rapporto con gli altri ragazzi del team?
«Mi è capitato di registrare anche con altre persone e, se devo essere sincero, con i miei compagni mi trovo veramente bene. Più passa il tempo e più mi affeziono».
Quanto tempo impiegate nella realizzazione di questi mini-telefilm?
«Dipende da tante cose. Sicuramente dal nostro impegno, ma molto anche dai clienti e dall’armonia che tutti insieme si cerca di creare».
Ora siete presenti anche in spazi importanti, come quelli all’interno di Passaparola. Credi che possa servire come trampolino di lancio?
«Mi auguro di sì, ma riuscire è una combinazione di capacità e tempi, quindi anche di fortuna».
Dal tuo curriculum emerge una partecipazione a una puntata pilota di una fiction con Iva Zanicchi e Alessandra Casella. Di che cosa parlava la serie e come mai non è andata in onda?
«La serie parlava di una farmacia e della vita delle commesse, interpretate da Iva e Alessandra. Non so come mai non sia andata in onda».
Quanto è importante il tuo lavoro parallelo in ludoteca rispetto a quello che svolgi in televisione?
«Molto. Sono molto legato a quel lavoro, mi aiuta a superare eventuali problemi, mi rilassa e mi fa stare bene. Entrambi sono molto importanti».
Dato che stiamo parlando via email, è d’obbligo chiederti: qual è il tuo rapporto con Internet?
«A dir poco disastroso! Spero che basti, non vorrei infierire su me stesso».