ORFEO 9, TRENT’ANNI DOPO: INCONTRO CON TITO SCHIPA JR., ELENA LANDI E FABIO SANNA
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A trent’anni dalla nascita di una delle opere rock più originali della musica italiana, Tito Schipa Jr. racconta la genesi di “Orfeo 9”, la censura televisiva, gli incontri con Renato Zero, Loredana Bertè e Bill Conti e il sogno di riportare lo spettacolo sul palcoscenico. Con lui, Elena Landi e Fabio Sanna, protagonisti della riscoperta dell’opera attraverso Internet.
Speciale a cura di Luca Cirillo, in esclusiva per Palcoscenico.
Ci sono spettacoli che attraversano il tempo senza perdere la loro forza. Opere che, pur non avendo conosciuto il successo immediato che avrebbero meritato, continuano a vivere nella memoria di chi le ha amate, conquistando nuove generazioni di spettatori e appassionati.
Orfeo 9 è certamente una di queste.
Nata nel 1972 dalla creatività di Tito Schipa Jr., figlio dell’indimenticabile tenore Tito Schipa, quest’opera pop rappresenta una delle esperienze più originali e coraggiose della storia dello spettacolo italiano.
Musica, teatro, poesia e suggestioni visive si fondono in un racconto che, attraverso personaggi simbolici e atmosfere fantastiche, affronta temi profondamente legati alla condizione umana, alle illusioni, alla ricerca della felicità e ai pericoli della droga.
Descrivere Orfeo 9 in poche righe è un’impresa difficile. Chi ha avuto occasione di conoscerla sa quanto sia riduttivo tentare di racchiuderne la ricchezza in una semplice definizione.
È un’opera che conduce lo spettatore in un universo apparentemente lontano e immaginario, ma che finisce per rivelarsi sorprendentemente vicino alla realtà, lasciando emergere emozioni e interrogativi ancora attuali.
A renderla straordinaria è anche il numero di artisti che vi hanno preso parte e che, negli anni successivi, avrebbero conquistato un posto importante nel mondo dello spettacolo.
Tra questi Renato Zero e Loredana Bertè, allora giovani interpreti della scena romana, ma anche il batterista Tullio De Piscopo e Bill Conti, destinato a diventare uno dei più celebri compositori di colonne sonore cinematografiche.
Eppure, nonostante la sua originalità e il valore artistico, Orfeo 9 ha dovuto affrontare difficoltà, incomprensioni e una dura censura televisiva che ne ha ostacolato la diffusione.
Oggi, a trent’anni dalla sua nascita, l’opera continua però a raccogliere consensi, anche grazie a Internet, dove gli appassionati hanno trovato un nuovo spazio per incontrarsi, scambiarsi ricordi e mantenerne viva la memoria.
Per celebrare questo importante anniversario, Palcoscenico ha realizzato uno speciale che ci permette di entrare direttamente nel mondo di Orfeo 9.
Abbiamo avuto il piacere di intervistare Tito Schipa Jr., autore, compositore, regista e protagonista dell’opera, un artista di grande sensibilità e straordinaria inventiva, che ha sempre seguito una strada personale, spesso lontana dalle logiche più convenzionali dello spettacolo.
Accanto a lui, due figure che contribuiscono alla valorizzazione del suo lavoro: Elena Landi, fotografa e web designer ormai stabilmente legata allo staff dell’artista, e Fabio Sanna, musicista e ideatore di un sito interamente dedicato a Orfeo 9.
Tre incontri per ripercorrere la storia di uno spettacolo che merita di essere riscoperto e per alimentare una speranza condivisa da molti appassionati: rivedere un giorno Orfeo, il Venditore di Felicità, il Vivandiere e il Blues Singer tornare a vivere sui palcoscenici italiani.
Come suggerisce una delle canzoni dell’opera, Invito: «Se vuoi venire con noi…».
TITO SCHIPA JR.: «ORFEO 9 NACQUE IN POCHE SETTIMANE, MA CONTINUA A VIVERE»
È un vero piacere per me poterla intervistare per Palcoscenico e concludere questo speciale dedicato a Orfeo 9 incontrando l’autore e protagonista principale di un’opera così importante e innovativa. Mi gioco subito la domanda più scontata: quali furono le ispirazioni principali che la portarono alla scrittura di Orfeo 9?
«Anch’io mi gioco subito un jolly: ho appena terminato di scrivere per la Rete la storia dell’allestimento di Orfeo 9, il suo making of. Lì ho fatto del mio meglio per soddisfare molte curiosità.
Quindi, per prima cosa, vorrei suggerire: se qualcuno vuole approfondire ulteriormente, passi, dopo aver letto queste pagine, a www.orfeo9.com o a www.titoschipa.it.
A parte questo, vi ringrazio infinitamente del vostro interesse, che per noi è prezioso, e passo a rispondere con più sintesi che in quelle pagine.
Orfeo 9 nacque per una serie di combinazioni e di imprevisti che ancora oggi mi sorprendono. Il particolare più clamoroso è che, in realtà, fu buttato giù d’urgenza per sostituire all’ultimo minuto uno spettacolo che avevamo già pronto per il Teatro Sistina e che non si poté fare.
Una bella corsa!
A parte questo, la storia e i suoi significati rispecchiavano, e rispecchiano ancora, scoperte e convinzioni molto sincere e profonde, quelle che segnarono i tempi del nostro risveglio.
Quando dico “noi” parlo di una generazione molto fortunata che ebbe il privilegio, e anche il rischio, di poter guardare a lungo e con chiarezza “oltre il muro”, come direbbe Jung».
Dell’opera lei fu regista, compositore, autore e protagonista. Quanto tempo impiegò per la scrittura completa?
«Poche settimane, sempre per via dell’urgenza.
Cominciai a scrivere all’Isola d’Elba, sul pianoforte del grande compositore Mario Peragallo, che mi ospitava.
L’Elba fu essenziale per l’origine dell’idea e mi accompagnò anche nel principio della sua realizzazione.
Poi continuai a casa mia, a Roma, e scrissi fino all’ultimo, con le prove già in corso».
Ci parli della partecipazione del grande Bill Conti.
«Bill suonava in un piano bar di Roma per una paga ridicola, su cui di recente abbiamo riso moltissimo, quando sono andato a trovarlo nella sua casa faraonica di Los Angeles.
Eravamo tutti abbastanza sottovalutati e soprattutto lui fu considerato dalla casa discografica che pubblicò Orfeo 9 poco più di un turnista.
Invece si avviava a una carriera che sarebbe culminata in un premio Oscar».
L’opera fu coprodotta da Garinei e Giovannini per il Teatro Sistina. Quale fu la loro reazione quando presentò il progetto?
«La accettarono a scatola chiusa e in questo furono straordinari.
Come racconto nel making of, il rapporto con loro avrebbe potuto poi svilupparsi in direzioni molto diverse e importanti se le condizioni stressantissime di lavoro, un’inevitabile lontananza nelle mentalità e la mia intemperanza giovanile non ci avessero portato a perderci per strada.
Malgrado questo, Pietro Garinei, ogni volta che mi incontra, borbotta: “Sto ancora aspettando il seguito di Orfeo 9”…».
Lei aveva già realizzato nel 1967 un’opera pop, Then an Alley. Che cosa ricorda di questa esperienza?
«Come si può ricordare l’inizio di tutto, la scintilla, l’episodio che dà il la a tutta la vita?
Per questo il mio racconto in Rete parte proprio da quei giorni.
Oggettivamente, in quel maggio del 1967, al Piper Club di Roma, inventammo l’opera rock.
Lo riconoscono anche gli americani, che su questi argomenti fanno testo: quando andai a Broadway per l’edizione americana di Er Dompasquale, lo fecero notare loro a me!
Then an Alley fu anche il mio primo contatto con Bob Dylan, la grande passione della mia esistenza insieme a Giuseppe Verdi.
Di Dylan sono poi potuto diventare il traduttore».
Impossibile non ricordare che lei proviene da una famiglia illustre e che suo padre, Tito Schipa, resterà nella memoria collettiva come uno dei più grandi tenori della storia della musica. Spesso, però, un cognome così importante, nel suo caso addirittura lo stesso nome, non significa necessariamente porte aperte o agevolazioni, a causa dei paragoni che inevitabilmente si tende a fare. Che cosa ci può dire in merito?
«Grazie di questo riconoscimento.
La lunga carriera americana di Tito Schipa senior rende molto raro trovare qui da noi la cognizione della sua importanza.
Mio padre mi ha avuto a quasi sessant’anni, era molto lontano da me generazionalmente.
Lo era anche fisicamente: restava in tournée fino a sette mesi alla volta e lo fece fino all’ultimo.
Quindi non ebbe mai una presenza diretta nella mia vita, né nel bene né nel male.
Era molto difficile che al Piper Club qualcuno sapesse chi fosse Tito Schipa o, del resto, che al Teatro dell’Opera qualcuno conoscesse Bob Dylan.
Casomai sono stato io a fare di tutto per riportare alla memoria degli italiani uno dei più geniali artisti del Novecento, e ho dedicato a questo grandi quantità di tempo ed energia».
Quali consigli le diede suo padre e che cosa ricorda del periodo giovanile passato all’estero?
«Nessun consiglio diretto sul mestiere, ero troppo piccolo, come lo ero nei miei primi tre anni vissuti da californiano.
Più tardi suonammo qualche pezzo a quattro mani e si arrabbiava perché correvo troppo, oppure mi insegnò a cantare in napoletano, lui che era leccese, con una buona pronuncia.
Ma quando cominciai a lavorare come assistente alla regia per Lina Wertmüller lui era già mancato. Da un anno, per la precisione».
Torniamo a Orfeo 9. L’opera divenne anche un film per la televisione, oggetto di culto di tutti i suoi estimatori. Ebbe problemi con la censura televisiva dell’epoca?
«Problemi è un gentile eufemismo.
In realtà fummo il bersaglio di una censura rabbiosa e ostinata.
Praticamente ci si impedì con la forza di cogliere il risultato immediato, ossia quello che conta di più.
Oggi Orfeo 9 sta ancora risollevandosi da quella mazzata micidiale, dovuta anche alla censura personale che la Rai mi aveva riservato già in precedenza per via di una canzone molto politicizzata presentata alla Gondola d’Oro.
Abbiamo dovuto aspettare trent’anni per poter sperare di uscire da sotto il pelo dell’acqua.
Le ragioni di questa ostilità vanno cercate nel fatto che nella storia a un certo punto compare una siringa, ma nessuno volle vedere l’evidenza, e cioè che si trattava del primo e forse del più circostanziato lavoro CONTRO la droga che la cultura giovanile italiana abbia espresso in quegli anni cruciali».
Nel cast figurano anche personaggi che in seguito si sarebbero affermati in modo eclatante, come Loredana Bertè e Renato Zero. Alle sessioni musicali partecipò anche il grande Tullio De Piscopo, allora agli esordi. Come nacque la collaborazione con questi artisti?
«Renato e Loredana erano sulla piazza romana già da alcuni anni, conosciutissimi da tutti ed esattamente identici all’immagine che poi li avrebbe portati al successo.
Facevamo parte dello stesso gruppo, quello citato sulla copertina dell’LP di Renato Via Tagliamento, e fu inevitabile collaborare.
Tullio lo incontrai in sala d’incisione.
Anche lui sottovalutatissimo, lavorava come turnista a Milano. Ma Bill Conti gli aveva messo gli occhi addosso».
Loredana Bertè, recentemente ospite dello show Cocktail d’amore, ricordava con gioia il periodo della vostra collaborazione. È ancora in contatto con lei e con gli altri artisti citati prima?
«Ci vediamo e sentiamo ogni volta che possiamo, ossia poco rispetto a quello che vorremmo.
Ma quando accade sono grandi feste e grande affetto».
Dopo Orfeo 9 realizzò l’album Io ed io solo, che riscosse un ottimo consenso popolare soprattutto tra il pubblico giovanile, ma che le fece nascere problemi con la Rai, che contestava un suo testo considerato troppo politicizzato. Furono questi episodi a renderla restio alle apparizioni televisive?
«A dire la verità non ho mai amato troppo apparire.
Non mi amo molto nel vedermi e sento che, come performer, esprimo molto di più e più facilmente per le orecchie che per gli occhi.
A parte questo, dal punto di vista della performance personale, nella mia famiglia si è visto il massimo possibile, quindi perché tentare di ripercorrere sentieri così gloriosi?
Preferisco aprire viottoli nuovi».
L’album vedeva la partecipazione di un giovane Fabio Liberatori, in seguito affermato autore di colonne sonore e membro storico degli Stadio. Che cosa ci può dire di lui?
«Fabio fece parte del gruppo provvisorio che si creò attorno alla lavorazione dell’album.
C’erano anche, fra gli altri, Walter Martino alla batteria e Nicola Distaso alla chitarra, tutti e due futuri membri dei Libra.
Con loro ho continuato a lavorare fino a oggi, per esempio nel concerto dal vivo su Bob Dylan e Jim Morrison che si chiama Tradurrock, e spero di continuare domani.
Con Fabio invece ci siamo persi, perché mentre su disco sentivo il forte bisogno di una tastiera superlativa come la sua, dal vivo riuscivo a supplire da solo, anche per questioni di economia.
Ma in sala di registrazione vederlo volare sul pianoforte, per esempio nell’introduzione di Occhi del Nord, era uno spettacolo indimenticabile».
Parliamo delle sue recenti colonne sonore per i film L’anniversario, L’amore è cieco, Terrarossa e Film.
«Non sempre posso mettere in piedi grossi episodi di narrazione musicale tutti miei, le cose non sono mica diventate molto più facili, in questo campo!
Così collaboro molto volentieri con registi amici.
Lo faccio soprattutto per non perdere contatto col cinema, che mi affascina e ossessiona quasi più della musica.
Laura Belli, regista di Film, mi ha dato la possibilità di inserire una mia canzone inedita nella colonna sonora. Lei è un’amica di Orfeo 9, quindi ci siamo intesi al volo.
Anche Mario Orfini, produttore e regista de L’anniversario, è legato a Orfeo, ne è stato il produttore!
Ne L’amore è cieco, sempre prodotto da Orfini, ho potuto inserire una canzone di due miei amici geniali e quasi sconosciuti, Marco Piacente e Stefano Trabalza, arrangiata da Roberto Righini.
Si chiama So’ zoccole ed è divertentissima.
Terrarossa è un film politico duro e puro di Giorgio Molteni, dove ho potuto usare il mio amato Verdi contaminandolo con percussioni etniche mediterranee.
Quanto a I figli di oggi, che voi giustamente non citate perché nessuno ne sa niente, è stato prodotto un anno fa dalla Rai, protagonista Ambra Angiolini, ma è sparito nel nulla, sempre in sintonia con quello che il giornalista Gaio Fratini chiamava “il giallo Schipa”».
Nel 1992 la troviamo nell’insolito ruolo di sacerdote per il film di Pozzessere, Verso Sud. Come arrivò a questa parte?
«Anche Pasquale fa parte degli estimatori sommersi.
Lo scoprii in quell’occasione e ne fui molto lusingato.
Quando un’agenzia gli propose il mio nome non ebbe problemi a prendermi subito.
Ci siamo divertiti moltissimo».
Ci parli della collaborazione con Fernanda Pivano per Generazioni d’amore. Sbaglio o collaborò anche al suo album Dylaniato?
«L’incontro con Fernanda è uno degli episodi più dolci e lusinghieri della mia vita.
Lo devo soprattutto a mia moglie Adriana, che da fan scatenata ne era divenuta un’amica del cuore.
Quando Riccardo Bertoncelli chiese a Nanda un’idea su chi potesse tradurre tutto Bob Dylan per l’editrice Arcana, lei mi indicò senza esitazione e questo mi fece sollevare a un palmo da terra.
L’editore prima mi testò con le poesie di Jim Morrison, Deserto, poi seguì il consiglio.
Questo portò, per conseguenza naturale, alle note di copertina su Dylaniato, che la IT di Vincenzo Micocci decise di produrre quasi nello stesso momento.
Traduzioni cantate a cui lavoravo quasi fin da bambino andavano su disco con la prefazione della più grande americanista italiana!
Una cosa meravigliosa.
Ora Ottavio Rosati, psicodrammatista e cineasta, ha realizzato con grande passione un documentario su di lei, Generazioni d’amore, e mi ha offerto di scriverne la colonna sonora.
Naturalmente ho detto subito di no. 🙂».
Di che cosa trattava il suo progetto di film-opera intitolato Gioia?
«Ne tratta ancora, veramente.
È subentrata come editrice musicale la Curci di Alfredo Gramitto e Gioia è ufficialmente il mio prossimo progetto, se la vita e le altre mille cose mi permetteranno di arrivare a scriverlo fino in fondo.
“Se amore o morte non dà qualche stroppio”, come dice il bel verso di Petrarca che ho scarabocchiato sulla prima pagina.
È un altro racconto in forma di opera rock.
Stavolta voglio dire quello che penso quando penso a Dio.
Soprattutto non voglio vergognarmi di pronunciare questa parola.
Ma a vivere l’avventura al posto mio ci sarà Gioia, appunto, una ragazzina di sedici anni centrata in pieno petto da un violentissimo coccolone religioso».
Nel prossimo futuro la troveremo sempre girovago tra musica e teatro o c’è qualcosa di nuovo in cantiere?
«Gioia è il progetto primario.
In America va avanti un mio progetto sulla Tosca di Puccini, realizzata in realtà virtuale con le tecniche dell’animazione tridimensionale.
Sto preparando con la Curci i CD delle tre colonne sonore che avete citato.
E poi quest’anno, per il trentennale di Orfeo, bisognerà pur fare qualcosa!».
Dato che questa intervista avviene via email e Palcoscenico è un portale, qual è il suo rapporto con le tecnologie informatiche e Internet?
«Totalizzante.
Nel 1983 il primo computer specializzato in sequencing musicale è comparso nella mia vita e da allora la mia vita non è più stata la stessa.
Internet, poi, mi sembra una rivoluzione culturale di portata epocale, qualcosa di paragonabile all’invenzione della scrittura.
Una delle chance più forti, per il pianeta, di passare a quella che per intenderci definiamo l’Era dell’Acquario.
“Sympathy and understanding…”».
Il suo sito web è molto curato e lei dispensa di tanto in tanto preziose chicche riguardanti la storia della lavorazione di Orfeo 9. Quali sono i suggerimenti o le email più curiose che abbia mai ricevuto?
«Il suggerimento più frequente, che certe volte mi commuove, è quello di ricomparire come cantautore.
Molti diventano ossessivi, in questo, e anche mia moglie Adriana non scherza.
Ma il mio periodo nelle fila della cosiddetta seconda generazione non mi ha portato grandissime soddisfazioni e soprattutto non ha convinto fino in fondo me, che sono il mio spettatore più severo.
Ora molte delle infinite canzoni, o solo testi, che sono rimaste nei cassetti stanno diventando romanze all’interno di un’opera.
Lì mi piaccio di più e quindi rischio volentieri».
Che cosa pensa dell’abbondanza di siti web dedicati a Orfeo 9?
«Internet è un fenomeno spontaneo, quindi fa testo a molti livelli.
Parafrasando una celebre sentenza di Hegel, potremmo dire, anche se è un paradosso, che “tutto ciò che è virtuale è razionale”.
L’attenzione a Orfeo 9 sulla Rete è la prova provata che un pubblico vero esiste, cresce, resiste e, se trovasse il modo di essere appena coordinato e incoraggiato, potrebbe venire allo scoperto e mettere sotto il naso dei signori della pseudo-comunicazione, in questo Paese di imitatori, che ci siamo anche noi e che siamo veri».
Concludiamo questa chiacchierata lasciando un messaggio ai suoi numerosi estimatori collegati in questo istante su Palcoscenico.
«L’ho appena detto: grazie di esserci!
Non pensate mai che per un solo momento della mia vita non stia lavorando per voi».
ELENA LANDI E FABIO SANNA: LA NUOVA VITA DI ORFEO 9 SU INTERNET
A mantenere vivo il ricordo di Orfeo 9 contribuiscono anche due appassionati collaboratori di Tito Schipa Jr.: Elena Landi, fotografa e web designer, e Fabio Sanna, musicista e curatore del sito dedicato all’opera.
Grazie al loro lavoro, il mondo creato da Schipa continua a trovare nuovi estimatori attraverso Internet, uno strumento che permette di recuperare materiali, immagini, testimonianze e ricordi legati allo spettacolo.
Ciao Elena e benvenuta su Palcoscenico. Partiamo in questo viaggio nella memoria per ricordare Orfeo 9 e innanzitutto dicci com’è nata la tua collaborazione con lo staff di Tito Schipa Jr.
Elena Landi: «Ciao a te e ai naviganti di Palcoscenico!
Tito e io ci siamo conosciuti nel 1996 sulla chat interna del provider romano Agorà, quando Internet era per pochi eletti, visto che a quel tempo si usavano connessioni SLIP ed era un vero dramma configurare un computer.
Ci siamo conosciuti di persona un anno dopo, in occasione della realizzazione di un libro fotografico di food, quello della moglie di Tito, Adriana Ruvolo, che oltre a essere una bravissima costumista è anche una cuoca leggendaria.
Da lì sono partite innumerevoli collaborazioni e un’amicizia che ormai è consolidata e va oltre il rapporto lavorativo».
Quali sono state le tue impressioni dopo la prima visione di Orfeo 9?
Elena Landi: «La prima volta che vidi Orfeo 9 fu per caso!
Mi ricordo che ero a casa a sonnecchiare sul letto con la TV accesa.
A un certo punto sento cantare e dico tra me e me: “Sembra Tito”.
Apro gli occhi ed era lui, giovane.
Sono rimasta incollata su Rai Tre a vedere tutto Orfeo 9 quella notte, rimanendo estasiata e affascinata.
Mi riportava alla memoria Tommy, The Rocky Horror Show e Il fantasma del palcoscenico, ma era impressionante sentire una cosa del genere funzionare così bene in italiano.
Oggi, a distanza di anni, ascolto spesso la colonna sonora mentre lavoro».
Che cosa pensi del sito web dedicato all’opera di Schipa, www.orfeo9.com?
Elena Landi: «Penso che sia una bella iniziativa di Fabio Sanna, che noi abbiamo incoraggiato e accolto con grande entusiasmo.
Fabio, che è musicista e telematico, è entrato a far parte dello staff di Tito diventando un punto di riferimento e il responsabile di www.orfeo9.com, un intero sito dedicato a Orfeo 9 che mantiene l’impostazione grafica e cromatica della copertina della prima edizione del disco.
Per maggiori informazioni penso che la persona più indicata a rispondere sia Fabio, perciò giro la domanda a lui».
Fabio Sanna: «Avendolo fatto io, ne penso bene! 🙂
A parte gli scherzi, amo la musica progressive, amo i musical rock e ho sempre pensato che Orfeo 9 potesse benissimo fare la sua degna figura affiancato ai grandi nomi che Elena ha citato poc’anzi.
Ma mi sono sempre chiesto perché non riuscisse a emergere dal culto in cui era stato relegato.
Ho cercato sulla Rete informazioni riguardo a Orfeo 9, ma con scarsi risultati.
Ho trovato pagine dedicate a tutti tranne che alla mia opera rock preferita.
Così, in collaborazione con Luca Tornatola, ho deciso di creare un sito di prova, che ho proposto a Tito ed Elena.
E alla fine eccomi qui. Sembra che a loro sia piaciuto, no?».
Il cast di Orfeo 9 comprendeva nomi che sarebbero diventati celebri, come Renato Zero e Loredana Bertè. Quale attore ti ha più colpito nell’opera?
Elena Landi: «Sono rimasta molto impressionata da Renato Zero e dal suo Venditore di Felicità.
È talmente giovane da non riconoscerlo quasi!
Ma se guardate bene vi accorgete che tutti sono guidati benissimo e rendono il meglio.
Pensate anche a che anno era, il 1972, e a cosa si vedeva in giro in materia di videoclip o simili».
Pensate che in futuro ci sia la possibilità di riportare Orfeo 9 alla ribalta dei grandi teatri?
Fabio Sanna: «Hai indovinato la parola magica: possibilità.
La voglia c’è, le idee anche, ragazzi e ragazze bravi e volenterosi non mancano.
L’unica cosa che manca è la possibilità.
Mettere sul palco un prodotto ben progettato e finito ha bisogno di tempo e produttori: sono loro che ti danno le possibilità.
Oltretutto c’è il rischio di andare a rovinare un mito, si deve usare cautela, tatto e professionalità!».
Elena, nel tuo sito personale, www.elenalandi.it, scopriamo il tuo grande amore per la fotografia e le tue numerose collaborazioni con artisti del calibro di Alessandro Benvenuti e Fernanda Pivano. Parlaci di queste molteplici attività e del rapporto con questi grandi personaggi…
Elena Landi: «Provengo da scuole artistiche e questo mi ha permesso di sperimentare diversi settori.
Il mio lavoro va dalla fotografia tradizionale e da tutto ciò che è legato a essa fino al project management e alla SEO, Search Engine Optimization, professioni legate a Internet, altra mia grande passione.
Uso la Rete dagli inizi e questo mi ha permesso di conoscere moltissime persone nei tempi in cui eravamo veramente in pochi, ma buoni.
Alessandro Benvenuti l’ho conosciuto tramite una persona del suo staff, alla quale mi introdusse Red Ronnie, una notte, in una delle tante nostre chattate.
Da lì il passo fu breve.
Nel collaborare con lui, sia per Internet sia per le realizzazioni fotografiche, ci fu un bel feeling che credo traspaia dalle foto che sono online sul mio sito.
Ho un buon rapporto con molti artisti e con alcuni una grande amicizia.
Questa bella armonia con loro, costituitasi nel tempo, ho deciso di trasportarla in un progetto al quale sto lavorando da mesi.
È un libro fotografico di artisti rappresentati per quello che sono e non come appaiono pubblicamente.
È un progetto che ho deciso di dedicare a mio fratello Michele, scomparso di recente».
Per la Pivano, così come per il regista Simone Barbuti, hai realizzato i siti web. Hai avuto suggerimenti e indicazioni sulla realizzazione oppure hai lavorato su idee tue?
Elena Landi: «Difficilmente impongo una mia idea.
Uso una metodologia che prevede di ascoltare le idee del cliente e, nello stesso tempo, dialogare su tutto per creare un’intesa che sarà preziosissima al momento della realizzazione.
Il primo incontro è quello che mi permette di studiare chi ho di fronte, di percepire le sue caratteristiche.
Poi le confronto con la produzione del loro lavoro e infine unisco il tutto alle loro esigenze.
Con queste basi realizzo una bozza di partenza e da lì, man mano, si arriva al prodotto finale.
Con Simone Barbuti eravamo amici dal tempo in cui lui era cameraman al Roxy Bar di Red Ronnie.
Sapevo cosa voleva, quindi ho solo dovuto aspettare il materiale e poi metterlo online.
Con la Pivano è stato tutto molto semplice.
Mi ricordo che la conobbi anni fa a una cena a casa di amici e stetti tutta la sera ad ascoltarla, affascinata dai suoi racconti e dalla sua personalità dirompente.
Quando mi chiesero di realizzare il sito, all’inizio ero un po’ spaventata dall’idea, ma poi ho solo dovuto raccogliere le emozioni provate quella sera.
Con l’aiuto di lei, di Adriana e di Tito, suoi amici storici, ho realizzato il sito che ora è online a www.fernandapivano.it.
La prima volta che lo vide ne rimase entusiasta e questo per me fu una grandissima soddisfazione.
Ma non sempre è così facile.
Ad esempio, con Alessandro Benvenuti.
Per tre anni ho realizzato e gestito il suo sito.
Capire e trasportare i suoi pensieri sulla Rete fu più complicato perché, avendo Alessandro una personalità vulcanica e idee estremamente precise e dettagliate, fu veramente faticoso e impegnativo».
Raccontaci adesso la tua esperienza di direzione fotografica per La traviata di Tito Schipa Jr.
Elena Landi: «Qui bisogna considerare che non conosco quasi nulla del grande mondo dell’opera, al quale Tito è invece legatissimo per questioni familiari.
Quella Traviata in full immersion, realizzata in mezzo al pubblico e con il pubblico, mi ha proiettato di colpo in un universo che non conoscevo e che non credevo mi potesse colpire così.
Cominciai a scattare foto nella luce vera che Tito aveva creato, più con centinaia di candele che con i pochissimi proiettori, ma ritoccandola con gli accorgimenti necessari alla pellicola.
La magia dell’allestimento è potuta così rimanere impressa anche nelle immagini fotografiche che troverete online».
Dalla tua biografia leggiamo che stai preparando un cortometraggio.
Elena Landi: «L’amore per la fotografia e la creatività mi spinge a sperimentare sempre nuove forme di linguaggio.
L’arrivo del digitale mi ha permesso di esplorare nuovi settori, come il cortometraggio.
Per me, che provengo da una fotografia statica, passare a quella in movimento non è stata una cosa facile, ma alla fine la luce è una sola e la sensibilità espressiva è sempre la stessa.
Attualmente sto lavorando su più progetti in contemporanea: piccoli cortometraggi da mandare ai vari concorsi.
Ma tutto questo mi serve per arrivare ad acquisire maggiore esperienza per realizzare un corto che abbiamo in cantiere.
Un grosso progetto al quale stiamo lavorando da un anno, che è in fase di sviluppo e che avrà scenografie, attori in costume, fotografia estremamente curata e una sceneggiatura in stile fantastico.
Diciamo che ricorderà l’atmosfera di Sleepy Hollow di Tim Burton.
Ma non posso aggiungere altro, è ancora davvero prematuro».
Tornando a Orfeo 9, concludiamo questa intervista dando ai nostri lettori telematici più distratti tre buoni motivi per appassionarsi a questa indimenticabile opera.
Elena Landi: «Attuale, innovativa, coinvolgente».
Fabio Sanna: «Primo: fa parte della nostra cultura musicale e dovrebbe essere trattata al pari di Hair per gli americani o Jesus Christ Superstar per gli inglesi.
Secondo: è bella e ha belle musiche e parole.
Terzo: è in italiano, quindi la possiamo cantare tutti.
Pensa, ce l’ho fissa nello stereo della mia automobile da mesi e mesi e canto nel traffico da solo come un matto!».