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“La grande bellezza”: e se Jep Gambardella fosse il dio Hermes? Il significato nascosto del film di Sorrentino

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Dietro le feste sfrenate, i palazzi aristocratici e le passeggiate notturne nella Roma più affascinante si nasconde forse un racconto mitologico. Jep Gambardella, il protagonista di “La grande bellezza” interpretato da Toni Servillo, presenta sorprendenti somiglianze con Hermes, il dio greco che attraversava mondi diversi e accompagnava le anime. Una chiave di lettura che permette di scoprire nuovi significati nel capolavoro di Paolo Sorrentino, vincitore dell’Oscar nel 2014.

Jep Gambardella cammina per Roma, attraversa piazze deserte, entra in palazzi meravigliosi, partecipa a feste interminabili e incontra personaggi che sembrano usciti da un sogno. Osserva tutti, ascolta tutti, conosce tutti. Eppure, in mezzo a quella folla, è profondamente solo.

Ma chi è davvero Jep Gambardella?

Un giornalista mondano? Uno scrittore che ha smesso di scrivere? Un uomo disilluso che, arrivato a 65 anni, si rende conto di avere sprecato gran parte della propria esistenza?

Forse è tutte queste cose insieme. Ma c’è anche un’altra possibilità, più sorprendente: Jep potrebbe essere letto come una moderna incarnazione di Hermes, il messaggero degli dèi della mitologia greca.

Non si tratta di un’identificazione dichiarata da Paolo Sorrentino, ma di un’interpretazione simbolica che offre una prospettiva suggestiva su “La grande bellezza”, il film che nel 2014 ha riportato l’Italia sul tetto del cinema mondiale conquistando l’Oscar come miglior film straniero.

Per comprenderla bisogna partire proprio da Hermes e dal suo ruolo nella mitologia.

Chi era Hermes, il dio che viaggiava tra mondi diversi

Nella mitologia greca Hermes era figlio di Zeus e della ninfa Maia. Era il messaggero degli dèi, il protettore dei viaggiatori, dei commercianti, dell’eloquenza e anche degli inganni.

Una divinità intelligente, astuta, capace di muoversi con straordinaria libertà.

A differenza di altri dèi, legati a un territorio o a una funzione precisa, Hermes attraversava continuamente i confini.

Poteva spostarsi dall’Olimpo alla terra e raggiungere perfino il regno dei morti.

Uno dei suoi compiti più importanti era infatti quello di psicopompo, una parola greca che significa letteralmente «guida delle anime».

Hermes accompagnava le anime dei defunti nell’aldilà, aiutandole ad attraversare il confine tra la vita e la morte.

Era dunque il dio dei passaggi, delle soglie, delle trasformazioni.

Ed è proprio questa caratteristica a suggerire un possibile parallelismo con Jep Gambardella.

Jep Gambardella attraversa Roma come Hermes attraversava i mondi

In “La grande bellezza”, Jep sembra possedere una capacità quasi soprannaturale: entrare ovunque.

Lo troviamo nelle feste dell’alta società, nei salotti degli intellettuali, nelle terrazze affacciate sui monumenti, nei luoghi della spiritualità e negli angoli più segreti della capitale.

Conosce aristocratici, artisti, religiosi, attori, personaggi eccentrici e persone comuni.

Passa da un ambiente all’altro con assoluta naturalezza, come se tutte le porte della città fossero aperte per lui.

Eppure non appartiene veramente a nessuno di questi mondi.

Li attraversa, li osserva, li commenta con ironia e spesso li smaschera.

Proprio come Hermes, che nella mitologia era anche il dio dell’eloquenza e dell’astuzia, Jep possiede un talento particolare per le parole.

Con una battuta può conquistare un interlocutore oppure distruggerne le certezze.

Il suo sguardo è lucido, tagliente, talvolta spietato.

Ma dietro questa apparente superiorità si nasconde una fragilità profonda.

Jep sa interpretare gli altri, mentre fatica a comprendere se stesso.

La Roma di Sorrentino come un mondo sospeso tra vita e morte

Uno degli aspetti più affascinanti del film è il modo in cui Paolo Sorrentino rappresenta Roma.

La città non è soltanto lo sfondo della vicenda, ma diventa quasi un personaggio.

Di giorno appare monumentale, luminosa, carica di storia. Di notte si trasforma in un luogo misterioso, popolato da figure che sembrano muoversi in una dimensione fuori dal tempo.

Jep percorre strade silenziose, attraversa giardini, contempla statue e palazzi che hanno resistito ai secoli.

Intorno a lui tutto sembra ricordare la fragilità dell’esistenza umana.

Le persone invecchiano, gli amori finiscono, le amicizie si spezzano. Ma Roma rimane.

È una città nella quale il passato convive continuamente con il presente e nella quale la bellezza sembra sopravvivere a chiunque abbia tentato di possederla.

In questa prospettiva, le passeggiate di Jep ricordano i viaggi di Hermes tra dimensioni differenti.

Non perché il protagonista attraversi letteralmente il mondo dei morti, ma perché si muove in uno spazio nel quale la memoria, il desiderio e la perdita sono costantemente presenti.

Roma diventa così una sorta di territorio di confine, nel quale Jep cerca di comprendere che cosa rimanga della vita quando il tempo comincia a farsi sentire.

Jep e la morte: il significato del viaggio delle anime

Il rapporto con la morte è uno degli elementi centrali di “La grande bellezza”.

Il protagonista ha appena compiuto 65 anni quando una notizia inattesa lo costringe a confrontarsi con il proprio passato: è morta Elisa, la donna che aveva amato da ragazzo.

La scoperta riapre una ferita che Jep credeva ormai dimenticata.

All’improvviso, dietro decenni di feste, successi mondani e incontri superficiali, riemerge il ricordo di un sentimento autentico.

È come se quella morte interrompesse il rumore incessante della sua vita.

Jep comincia a guardarsi intorno con occhi diversi.

Le persone che frequenta, i luoghi che visita e le conversazioni che ascolta assumono un significato nuovo.

Il protagonista non è più soltanto un osservatore ironico della società romana. Diventa un uomo che cerca di fare i conti con ciò che ha perduto.

Ed è qui che il parallelismo con Hermes assume una particolare forza.

Nella mitologia, il dio accompagnava le anime nel loro passaggio verso un’altra dimensione.

Nel film, Jep attraversa invece un percorso interiore nel quale la morte degli altri lo costringe a interrogarsi sulla propria esistenza.

Il viaggio non conduce nell’aldilà, ma verso una possibile rinascita spirituale.

Le feste, le maschere e il dio dell’inganno

Hermes era anche una divinità legata all’astuzia, alla parola e all’inganno.

Un aspetto che trova un’eco interessante nel mondo raccontato da Sorrentino.

Le feste di “La grande bellezza” sono spettacolari, rumorose, piene di musica, balli e personaggi eccentrici.

Ma dietro quell’allegria esagerata si nasconde spesso un grande vuoto.

Molti dei protagonisti sembrano recitare una parte.

Gli intellettuali ostentano profondità, gli aristocratici difendono privilegi ormai svuotati di significato, gli artisti cercano continuamente attenzione.

Tutti sembrano impegnati a costruire un’immagine di sé.

Jep conosce perfettamente le regole di questo mondo.

Sa come comportarsi, cosa dire, quando essere brillante e quando diventare crudele.

In un certo senso, è il maestro delle maschere.

Ma il suo talento nel riconoscere le finzioni degli altri non lo protegge dalla propria.

Anche lui ha costruito un personaggio: quello dell’uomo mondano, disincantato, capace di trasformare ogni esperienza in una battuta.

La domanda che attraversa il film è allora inevitabile: che cosa rimane di Jep quando smette di recitare?

Il segreto delle passeggiate notturne di Jep Gambardella

Le lunghe passeggiate romane sono tra le sequenze più suggestive del film.

Jep cammina spesso senza una meta apparente.

Si ferma, osserva, ascolta. Incontra persone che sembrano apparire e scomparire come figure di un sogno.

Il movimento continuo è una caratteristica fondamentale del personaggio.

Jep non riesce a fermarsi perché fermarsi significherebbe forse affrontare il silenzio.

E nel silenzio potrebbe essere costretto a riconoscere il vuoto che si nasconde dietro la sua esistenza mondana.

Ma camminare significa anche cercare.

Ogni spostamento sembra avvicinarlo a una rivelazione che continua a sfuggirgli.

Hermes era il protettore dei viaggiatori, ma soprattutto una divinità capace di oltrepassare i confini.

Jep, a sua volta, deve attraversare un confine invisibile: quello tra la vita che ha costruito e quella che avrebbe potuto vivere.

Non è un viaggio geografico.

È il percorso di un uomo che tenta di ritrovare la parte più autentica di se stesso.

La santa, la spiritualità e la ricerca di una verità

Nel film compare anche una figura molto particolare: una religiosa anziana, chiamata semplicemente la Santa.

La sua presenza introduce una dimensione spirituale che contrasta radicalmente con il mondo delle feste e dell’apparenza.

La donna conduce una vita segnata dalla rinuncia e dalla semplicità.

Non sembra interessata al prestigio, al denaro o al riconoscimento sociale.

Rappresenta dunque l’opposto dell’universo frequentato da Jep.

Il loro incontro può essere interpretato come una tappa decisiva del percorso del protagonista.

Dopo avere attraversato ambienti dominati dall’esibizione e dalla superficialità, Jep si confronta con una persona che sembra avere trovato un significato nell’essenzialità.

Anche questo episodio si presta alla lettura mitologica.

Come Hermes attraversava mondi differenti, Jep passa da quello della mondanità a quello della spiritualità.

Ma stavolta non basta la sua intelligenza per comprendere ciò che ha davanti.

Deve imparare a guardare senza giudicare.

Il finale de “La grande bellezza”: Jep ritrova la sua anima?

All’inizio del film, Jep Gambardella è uno scrittore che ha pubblicato un solo romanzo, “L’apparato umano”, ottenendo un successo che non è più riuscito a ripetere.

Da allora ha preferito vivere di giornalismo, feste e mondanità.

Ha rinunciato a scrivere, come se la creatività appartenesse ormai a una stagione conclusa della sua vita.

Ma il percorso raccontato da Sorrentino sembra condurlo lentamente verso una nuova consapevolezza.

I ricordi dell’amore giovanile, gli incontri, le perdite e le riflessioni sulla morte lo spingono a cercare qualcosa che aveva dimenticato.

La bellezza non coincide più soltanto con i palazzi di Roma, con le opere d’arte o con i corpi ammirati durante le feste.

Diventa qualcosa di più intimo e sfuggente.

Un’emozione, un ricordo, un momento di autenticità.

Nel finale, Jep sembra riscoprire la possibilità di raccontare.

È come se, dopo avere attraversato tanti mondi, fosse finalmente pronto a tornare al proprio.

Il suo viaggio non gli consegna una verità definitiva, ma gli restituisce almeno il desiderio di cercarla.

“La grande bellezza” è davvero una rilettura del mito di Hermes?

È importante chiarire un punto: non esistono elementi sufficienti per affermare che Paolo Sorrentino abbia costruito consapevolmente Jep Gambardella come una rappresentazione del dio Hermes.

Il parallelismo è una proposta interpretativa, non una spiegazione ufficiale del film.

Eppure le corrispondenze sono suggestive.

Hermes è il dio del viaggio, delle soglie, della parola e del passaggio tra la vita e la morte.

Jep è un uomo che attraversa continuamente ambienti diversi, usa il linguaggio come strumento di potere e si confronta con il trascorrere del tempo e con la perdita.

Entrambi sono figure in movimento, capaci di collegare mondi che normalmente rimangono separati.

Naturalmente, “La grande bellezza” si presta anche ad altre letture, a cominciare dal confronto con il cinema di Federico Fellini e, in particolare, con “La dolce vita”.

Proprio questa ricchezza di significati contribuisce a rendere il film così affascinante.

Un’opera che non si esaurisce nella prima visione e che continua a suggerire nuove domande.

Forse Jep Gambardella non è davvero Hermes. Ma guardarlo come un moderno messaggero tra il mondo delle apparenze e quello dell’anima permette di cogliere una delle intuizioni più profonde del film: la grande bellezza non è necessariamente ciò che abbiamo davanti agli occhi. A volte è ciò che dobbiamo attraversare un’intera vita per imparare a riconoscere.

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