Dal 15 al 27 maggio 2007, al Teatro Tordinona di Roma, tre spettacoli rileggono i grandi personaggi della tragedia greca per interrogarsi sulla guerra, sul potere, sulla verità e sulla condizione femminile.
Roma, maggio 2007 – Ritrovare il senso del tragico. È questa la sfida della rassegna Teatro Greco Oggi, in programma dal 15 al 27 maggio al Teatro Tordinona di Roma, che propone tre differenti percorsi drammaturgici attraverso altrettanti capolavori e personaggi del teatro antico: Medea, I Persiani e Giocasta.
Tre spettacoli che affondano le radici nella cultura greca, ma che cercano soprattutto un dialogo con il nostro tempo, con le sue contraddizioni e con un senso del tragico che sembra essersi progressivamente trasformato.
È una sfida ambiziosa, soprattutto in un’epoca nella quale la dimensione pubblica della tragedia sembra trovare spazio quasi esclusivamente attraverso i mezzi di comunicazione, in particolare la televisione, con il rischio di ridurre persino il dolore e la sofferenza a una spettacolarità fine a se stessa.
La rassegna, invece, tenta di restituire alla tragedia la sua funzione originaria: quella di interrogare la coscienza collettiva, costringendo lo spettatore a confrontarsi con le grandi questioni dell’esistenza umana.
Medea: e se la madre assassina fosse innocente?
Il primo appuntamento è con Medea, scritta e diretta da Lucio Castagneri, in scena nella Sala Pirandello dal 15 al 20 maggio.
L’autore parte dal celebre dramma di Euripide, rappresentato per la prima volta nel 431 a.C., per proporne una rilettura sorprendente: e se Medea non avesse mai ucciso i propri figli? Se la sua colpevolezza fosse soltanto una menzogna costruita ad arte per ragioni politiche?
La vicenda comincia proprio dove termina la tragedia euripidea. Medea è scomparsa sul carro alato dopo aver annunciato a Giasone di avere assassinato i figli. Ma un’indagine condotta dal Capitano delle guardie di palazzo porta alla luce una verità ben diversa.
Il responsabile dell’omicidio sarebbe infatti Creonte, il re di Corinto, che avrebbe fatto simulare la propria morte per sottrarsi alle conseguenze del delitto.
Intanto Giasone, temendo per la propria vita, si rifugia nel tempio di Ananche, mentre sulla città si abbattono disordini, tensioni politiche e una grave crisi economica, aggravata dalle difficoltà nell’approvvigionamento del grano.
La presenza dei fantasmi dei due giovani uccisi alimenta il terrore della popolazione. E il Capitano delle guardie, deciso a ristabilire l’ordine, comprende quanto possa essere utile individuare un unico colpevole contro il quale indirizzare la rabbia collettiva.
Dopo avere fatto arrestare e giustiziare segretamente Creonte, decide così di attribuire pubblicamente la responsabilità dell’omicidio alla straniera Medea.
Per rendere credibile questa versione dei fatti, incarica persino un celebre poeta tragico, forse lo stesso Euripide, di comporre un’opera che consacri per sempre l’immagine della madre assassina.
È qui che la tragedia assume un significato straordinariamente attuale. La verità viene sacrificata alle esigenze del potere e il teatro diventa uno strumento capace di costruire e tramandare una versione ufficiale degli avvenimenti.
Castagneri si interroga dunque non soltanto sulla figura di Medea, ma anche sul rapporto tra storia, mito e propaganda.
Nelle sue note di regia ricorda come sia difficile, per noi contemporanei, comprendere fino in fondo il significato che le tragedie avevano per il pubblico ateniese. E richiama alcune testimonianze antiche, tra cui quelle di Eliano, Diodoro e Pausania, che mettono in discussione la tradizionale responsabilità di Medea nella morte dei figli.
Ne nasce una Medea senza Medea, nella quale la protagonista, pur assente dalla scena, domina ogni avvenimento e diventa il simbolo di una verità manipolata.
I Persiani: la guerra raccontata dalla parte degli sconfitti
Dal 18 al 20 maggio, nella Sala Strasberg, va in scena I Persiani di Eschilo, un’opera che conserva intatta la propria forza a quasi duemilacinquecento anni dalla prima rappresentazione.
Quando Eschilo la presenta al pubblico ateniese nel 472 a.C., sono trascorsi appena otto anni dalla battaglia di Salamina, nella quale la flotta greca ha sconfitto quella persiana.
Tra gli spettatori siedono probabilmente anche molti uomini che hanno partecipato personalmente a quello scontro.
Eppure il poeta compie una scelta sorprendente: anziché celebrare la vittoria dei Greci, racconta la tragedia attraverso gli occhi dei nemici sconfitti.
La scena si apre davanti alla reggia persiana di Susa. I nobili consiglieri attendono con angoscia notizie della guerra, mentre la regina Atossa, vedova di Dario e madre di Serse, racconta un sogno inquietante che sembra annunciare una sciagura.
Poco dopo arriva un messaggero con la notizia della disfatta della flotta persiana a Salamina e della distruzione dell’esercito durante la ritirata.
Atossa invoca allora lo spirito del defunto marito Dario, che appare per condannare la superbia del figlio Serse, responsabile di avere trascinato il suo popolo verso la catastrofe.
Quando infine Serse ritorna, sconfitto e disperato, il dramma si conclude con un lamento collettivo che dà voce al dolore di un’intera nazione.
È proprio questa prospettiva a rendere I Persiani un’opera di sconvolgente modernità.
La guerra non viene raccontata attraverso la gloria dei vincitori, ma attraverso la sofferenza di chi ha perduto tutto.
Nella sua nota di regia, Lucio Castagneri sottolinea come il testo rappresenti ancora oggi un monito contro gli orrori della guerra e contro l’arroganza del potere.
Per questo sceglie un allestimento sobrio, che lascia spazio soprattutto alla parola di Eschilo, senza sovrapporle effetti scenici capaci di distrarre lo spettatore dalla forza del testo.
Un invito a riflettere su quanto poco siano cambiati, nel corso dei secoli, i meccanismi che conducono gli uomini alla distruzione.
Giocasta: finalmente la parola a una donna
A chiudere la rassegna, il 26 e 27 maggio, è Giocasta, adattamento del testo Jocaste della drammaturga belga Michèle Fabien, con la regia e l’interpretazione di Chiara Pavoni.
Anche in questo caso, il mito viene osservato da una prospettiva insolita.
Nella tragedia di Edipo, Giocasta è soprattutto la donna che, inconsapevolmente, ha sposato il proprio figlio, diventando il simbolo di una colpa terribile.
Ma chi è davvero Giocasta? Quali sono i suoi desideri, i suoi sentimenti, le sue ragioni?
Il testo di Michèle Fabien tenta di restituire voce a una figura che la tradizione ha troppo spesso condannato al silenzio.
Attraverso un lungo monologo articolato in cinque parti, Giocasta racconta se stessa, rivendicando il diritto di essere considerata non soltanto madre, moglie e regina, ma soprattutto una donna capace di amare, desiderare e scegliere.
Una donna che non teme di mostrarsi nuda, nel corpo e nell’anima, e che vuole finalmente uscire dall’oscurità nella quale l’ha confinata una società dominata dagli uomini.
Il suo racconto diventa così la voce di tutte quelle donne alle quali, nel corso della storia, è stato imposto di tacere.
Chiara Pavoni affronta il personaggio attraverso un lavoro che attribuisce grande importanza alla musicalità della parola e alla sua relazione con il gesto.
Giocasta non vuole soltanto essere ascoltata: vuole essere vista, riconosciuta, diventare protagonista assoluta di uno spazio scenico che finalmente le appartiene.
La regista e interprete costruisce così uno spettacolo nel quale la parola si trasforma in presenza fisica, emozione e movimento.
Il mito antico diventa uno strumento per interrogarsi sulla condizione femminile contemporanea, sull’identità e sulla possibilità di liberarsi dai ruoli imposti dalla società.
Tre tragedie antiche, tre interrogativi contemporanei
Medea, I Persiani e Giocasta affrontano questioni apparentemente lontane, ma profondamente legate tra loro.
La manipolazione della verità, la violenza della guerra, il silenzio imposto alle donne: sono temi che attraversano la storia dell’umanità e che continuano a riaffacciarsi, sotto forme diverse, nella nostra quotidianità.
È proprio questo il significato più interessante della rassegna Teatro Greco Oggi: dimostrare che i grandi miti non appartengono soltanto al passato, ma continuano a offrirci strumenti preziosi per comprendere il presente.
La tragedia greca, del resto, non era soltanto spettacolo. Era anche riflessione politica, confronto pubblico, occasione per interrogarsi sulle responsabilità individuali e collettive.
Oggi, in un mondo nel quale gli avvenimenti tragici rischiano di consumarsi rapidamente nel flusso delle immagini televisive, tornare a quei testi significa forse recuperare una dimensione più profonda della nostra esperienza.
Perché, come ricordava Eraclito, «Nulla è permanente, tranne il cambiamento».
Eppure, osservando le vicende di Medea, dei Persiani e di Giocasta, viene spontaneo chiedersi quanto siano davvero cambiati gli uomini.
Osvaldo Contenti
Il programma della rassegna
MEDEA – Di Lucio Castagneri, che firma anche la regia. Con Willy Stella, Massimo Mirani, Michelangelo Tarditti, Sonia De Meo, Chiara Pavoni, Gabriele Guerra, Nicola Caccavelli, Paolo Di Gialluca, Ennio Campanella, Gioele Stella, Alessandra Maravia, Loredana Manni e Silvia Catalano.
Sala Pirandello, dal 15 al 20 maggio 2007. Dal martedì al sabato alle ore 21; domenica 20 maggio alle ore 18.
I PERSIANI – Di Eschilo. Con Fabrizio Rendina, Ave Gazi, Marcello Rinaldi, Lucio Castagneri, Ennio Campanella e Paolo Di Gialluca.
Sala Strasberg, 18, 19 e 20 maggio 2007. Venerdì e sabato alle ore 18; domenica alle ore 21.
GIOCASTA – Di Michèle Fabien. Adattamento, regia e interpretazione di Chiara Pavoni.
Sala Strasberg, 26 e 27 maggio 2007. Sabato e domenica alle ore 21.
Teatro Tordinona – Via degli Acquasparta 16, Roma.
Telefono: 06 68805890.
La rassegna è realizzata con il sostegno di ENAP.

