Rain Man – L’uomo della Pioggia: la recensione

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Ci sono film incentrati sul mondo del gioco d’azzardo e altri che, pur facendo un breve cenno a questo universo, riescono comunque a restituirne il fascino in maniera chiara. Si tratta di pellicole in cui si dedicano magari pochi minuti a come vincere il jackpot del casino, ma che, in qualche modo, rimangono nella mente delle persone per quella scena.

Una di queste pellicole è Rain Man – L’uomo della Pioggia, film che ha permesso a Dustin Hoffman di conquistare il secondo Oscar come Miglior Attore Protagonista. Nelle prossime righe, la nostra recensione del capolavoro del 1988.

Trama

Il protagonista di questa pellicola è Charlie Babbitt, venditore di auto privo di scrupoli che, alla morte del padre, scopre di non ricevere alcuna eredità da lui. Il beneficiario dell’ingente lascito, cifra pari a 3 milioni di dollari, è Raymond, fratello maggiore con sindrome di Asperger di cui non conosceva l’esistenza.

Recensione

Diretto da Barry Levinson, questo film è entrato nella storia della settima arte per diversi motivi. Uno di questi riguarda il trattamento della tematica dell’autismo che, dal regista e dagli sceneggiatori, viene raccontato con una leggerezza che, al primo impatto, può magari sconcertare.

Andando più a fondo, si capisce chiaramente che la pellicola che ci si trova davanti è un percorso in cui il regista prende per mano lo spettatore, accompagnandolo alla scoperta di un universo ricco di sfaccettature e, per certi versi, di fascino.

Il film – in cui il gioco d’azzardo viene richiamato nel momento in cui i due fratelli si recano al casinò per giocare a Black Jack uscendone a dir poco vincitori – è noto anche per il fatto di ruotare attorno a una metafora. Quale di preciso? Quello del viaggio. C’è il viaggio fisico, compiuto on the road da Charlie e Raymond, e quello metaforico, ossia il percorso di redenzione interiore di Raymond.

Un altro aspetto da sottolineare riguarda la maestria della regia. Lo sguardo di Levinson è delicato ma nello stesso tempo incisivo e di carattere. Con rispetto ma senza lasciare nulla al caso mostra allo spettatore quello che è il mondo del singolo autistico. Il regista lo fa attraverso la messa in primo piano di dettagli sensoriali, facendo vedere come le percezioni di Raymond cambiano di momento in momento a seconda del contesto in cui si trova.

Come in tutte le pellicole, anche in questo caso si ha a che fare con delle piccole pecche. Tra le principali da sottolineare rientra l’autodoppiaggio di una giovanissima Valeria Golino.

In questi 32 anni passati dall’uscita della pellicola, diversi critici hanno notato un eccessivo approccio didascalico della sceneggiatura. Si tratta di una pecca che, in qualche modo, è facile spiegare: l’approccio scelto risiede nell’impossibilità, in alcuni casi, di appoggiarsi alle capacità espressive di Raymond.

Il percorso di redenzione sopra ricordato ha un epilogo diverso rispetto a quello che, normalmente, ci si aspetterebbe. Il finale di Rain Man – L’uomo della pioggia, è infatti tutto tranne che romantico. Il regista mette in primo piano un realismo che, per certi versi, ha del crudo o del disincantato.

Alla fine, la visione del mondo di Charlie si muove poco da quella palesata all’inizio della pellicola. Di certo c’è che il personaggio interpretato da un allora giovanissimo Tom Cruise – attore con già alle spalle successi di respiro internazionale – in qualche modo impara ad apprezzare di più il suo bizzarro fratello, personaggio a cui dà corpo uno straordinario Dustin Hoffman che, ancora una volta, dimostra di essere un trasformista straordinario.

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